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sweet umarells

Nel 2003 c’era un blog che leggevo sempre. Era scritto da un gruppo di passsi bolognesi che scrivevano di umarells e zdaure. Dovevo scegliere dove andare, se Napoli, Trento o Bologna. Scelsi Bologna per la sorella, le torri, Guccini e per quel blog che raccontava di una città di provincia rossa e un po’ vecchia, e io queste cose me le sono sentite sempre un po’ cucite addosso.
Quattordici anni dopo con quel tizio che scriveva il blog, quello degli umarells, ho cominciato a lavorare. Mi chiama e mi chiede se ho letto ciò che ha scritto. Si diverte lui, sorride sempre. E ieri, dietro la tivvù che poi non è proprio tivvù ma solo perché forse la tivvù è cambiata, io lo guardavo e rincorrevo tutti i pensieri di quando a 18 anni leggevo le sue parole, proprio le sue, e quelle parole restavano parole e non avevano volti né suoni né accenti. E ora, 14 anni dopo, lui dice “socc’mel bam bam” e io mai avrei immaginato che dietro a tutte quelle parole lette ci fosse un suono così gentile di vita.

Ho in me ancora moltissima tenerezza, quando mi guardo nelle foto dei videomeichers e penso a che vita pazzesca mi scorre addosso. E ancora un enorme bisogno di conforto e abbracci.

antonella-pascale

Posted on Mag 11, 2017 in Torno perché avete bisogno di me | 0 comments

“se uno ama, l’amata la vuole vedere”

Era il 9 agosto del 2015. Eravamo io, Paolo, Chiara, Michele e Valentina. C’era la piada con alici, squaquerone e rucola. C’era il sole e forse l’idea di un amore che la sera prima a 118 km di distanza era stato tradito. C’era il giornale e la puntata sugli amori rock.
Stasera ho ritrovato quella pagina.
Questa è la risposta a chi mi chiede perché conservo sempre tutto ciò che credo bello.

stefania-sandrelli-gino-paoli-la-stampa

Il cantautore e l’attrice, la passione ha sapore di sale

Nella loro storia, un tentato suicidio e una canzone immortale

di Fulvia Caprara

In un’inquadratura lenta, precisa, sensuale, Stefania Sandrelli appare distesa, a pancia sotto, intenta a prendere il sole su una spiaggia deserta, nella prima sequenza di uno dei suoi film capolavoro, Io la conoscevo bene di Antonio Pietrangeli. L’immagine di quel corpo morbido e moderno, invitante ma non aggressivo, richiama subito una nota musicale, un accordo celeberrimo che parla di mare, di spiaggia, di passione.

Era il 1965 e Sandrelli, già contesa dai registi più famosi, interpretava Adriana, ragazza fragile e remissiva, incapace di sopravvivere nel demi monde dello spettacolo dove ogni sogno, per una donna sola, ha un costo alto e inevitabile. Niente in comune con la vera Stefania Sandrelli che due anni prima, nel giorno del quindicesimo compleanno, 5 giugno ’61, aveva conosciuto Gino Paoli, scatenando un’irresistibile attrazione di cui una figlia, Amanda, e una canzone, Sapore di sale, sono i frutti migliori. Lui era di scena alla Bussola di Viareggio, lei aveva una voglia matta di conoscerlo, adorava il suo modo di cantare, lo aveva visto in tivù e avrebbe fatto di tutto per farsi invitare a ballare. Non fu difficile. Quella fanciulla in fiore, vestita di verde acqua, un abito con le frange che partivano da sotto il seno, colpì subito l’autore. La differenza d’età era proibitiva, Paoli aveva quasi trent’anni e, sulle prime, tentò di sottrarsi. Ma fu un attimo, poi non ci fu più niente da fare.

Gli incontri segreti
Cominciarono fughe e segreti, incontri e appuntamenti clandestini. La minorenne spensierata, cresciuta in Versilia con il sogno della danza classica e la mania del cinema, sgattaiolava via di notte, calandosi dalla finestra, attenta a non farsi beccare dalla madre, per poi rientrare all’alba, con l’aiuto della cameriera, dopo scorribande d’amore, corse sull’auto scoperta del cantante, jazz, baci, sesso in pineta. Tutto pur di stare insieme, sfidando i divieti, la realtà che vedeva Paoli regolarmente coniugato con Anna Fabbri (Sandrelli, all’inizio, non lo sapeva) e il pericolo di essere solo una delle tante conquiste del musicista sciupafemmine.

Più tardi le note suggellarono l’incantesimo, sulla sabbia dove lei si lasciava cadere, accanto a lui, nelle sue braccia, lontano da tutto, «lontano da noi, dove il mondo è diverso, diverso da qui». Sì, è vero: Sapore di sale parlava di lei e le altre, anche se c’erano o c’erano state (nel ’61 il cantautore aveva dedicato Senza fine a Ornella Vanoni e l’attrice ha dichiarato di ritrovare se stessa anche, o forse di più, in Che cosa c’è), non arrivarono a provocare quell’onda di desiderio, quello struggimento amoroso di uno degli evergreen più amati della storia della canzone italiana.

Alla radice dell’ispirazione c’erano la nostalgia e forse la consapevolezza che il cinema, a poco a poco, avrebbe separato gli amanti. L’ex ragazzina, che ormai viveva a Roma mentre Paoli l’avrebbe voluta a Milano, stava diventando diva. Sotto il sole dell’estate del ’63, mentre Sapore di sale balza in vetta alle classifiche, Sandrelli gira a Sciacca Sedotta e abbandonata di Pietro Germi. Paoli continua a tempestare di telefonate la casa di famiglia, la signora Sandrelli risponde che Stefania non c’è anche quando c’è. Quando i due riescono a comunicare volano parole grosse, sono i litigi della paura, quelli di quando si è lontani e si avverte che il filo sta per spezzarsi.

Amanda, figlia d’arte  
Alla fine è il cantante-poeta che non regge, una nuvola di disperazione gli offusca la mente, lo spinge a prendere una pistola e a spararsi un colpo al cuore. Che, per fortuna, si blocca intorno al pericardio: «Il suicidio – dirà più tardi – è l’unico arrogante modo dato all’uomo per decidere di sé. Eppure io sono la dimostrazione che neppure così si riesce a decidere davvero…». Lei, tra molte cautele, riceve la notizia sul set. Parte subito, si precipita in ospedale, tenta di sdrammatizzare dicendo una cosa semplice, logica, che non fa una piega e ricorda le battute di certi suoi personaggi, lievi, disincantati, innocenti solo in apparenza: «Se mi ami talmente tanto, perché vuoi morire? Se uno ama, l’amata la vuole vedere».

Così succede che Paoli riesca a ridere, uscendo dal buio che l’aveva avvolto, tornando a credere in quell’amore, nato proibito e diventato necessario. Un anno dopo, nell’ottobre ’64, nasce Amanda, una figlia che più «d’arte» non si può. L’intesa tra i genitori, cantautore glorioso e attrice di fantastico talento, va avanti ancora un po’. L’equilibrio è difficile da mantenere, il cinema incalza. Paoli non approva certe scelte, non vorrebbe che la sua compagna recitasse in Io la conoscevo bene e si oppone fieramente alla prospettiva di vederla nella Noia di Damiano Damiani, tratto dal romanzo di Moravia, e poi interpretato da Catherine Spaak. La fine di tutto arriva intorno al ’68. Ma la memoria del legame impetuoso resta, intatta, nel sapore di mare, nel «gusto un po’ amaro di cose perdute».

Posted on Feb 17, 2017 in Torno perché avete bisogno di me | 0 comments

un mondo di intenti

“Stava al mondo in un modo così gentile che era bello guardarlo”, ha scritto Paolo Nori.
Io questa frase qui me la sono appuntata come tutte quelle volte che leggo una cosa bella e temo di dimenticarla. Poi comunque la dimentico però magari poi la ritrovo e quando la rileggo è come una preghiera, la leggo eppure non la leggo perché tante di quelle volte l’ho letta da riuscire a scandire lettera per lettera, la cadenza con cui l’ho letta si ripete nonostante gli anni e in quel momento sento tutta la vita addosso. E quando succede è così bello che il quaderno degli appunti dovrebbero insegnarlo a scuola.

Le mie psicologhe sono due donne molto belle.
La prima mi ha tenuto la mano per un po’ di tempo e poi mi ha lasciata andare da un’altra. Non ho ancora chiesto perché, eppure la cosa mi ha fatto un po’ male, ma come? ora che avevamo cominciato a conoscerci mi lasci? cosa ho fatto, cosa c’è di sbagliato in me? non sono particolarmente interessante? vuoi che sia altro? diventerò altro. Non c’è stato verso, io non ero abbastanza per lei, “ti seguirà la dottoressa x”, x chi? x, va bene, occorre accettare il rifiuto e la certezza di non essere sempre giusti per l’altro.
La seconda, ma ci conosciamo da poco, si siede lì davanti a me e si muove ininterrottamente come se le scappasse una scoreggia e sa di non poterla fare perché le circostanze no, no. Ondeggia e gioca con i capelli che, non scherzo, sono belli come quelli delle pubblicità della Pantene. Non so dire se è bella nel senso di figa oppure no e di base non mi interessa poi tanto, a me basta guardarle i capelli e sapere che una con dei capelli così belli ha senz’altro qualcosa di interessante da dirmi.
Io e le miei psicologhe parliamo, che poi mica vero, io parlo e loro chiedono, e l’ultima volta abbiamo parlato di Beppe Grillo. Essì, Beppe Grillo. Ora, star qui a raccontare il senso del discorso sarebbe un po’ come svelare i segreti di quei giorni in cui io e le mie psicologhe stiamo molto bene insieme e terrò il filo logico per me, tutto però è partito da un fatto, ed è verità assoluta, che io da piccola volevo diventare il Presidente della Repubblica.
Ridono le mie psicologhe, ridono moltissimo e mi impongono moltissimi perché. Perché qua su giù, e io rispondo con una lucidità che ero convinta di aver perso.

La scorsa settimana Jenny è tornata a Bologna. Non ci vedevamo da due anni e mezzo e per due abituate a dividersi tutto o quasi tutto, è un’eternità di cui si sente nostalgia. Nostalgia però non ce n’è stata perché a quel tavolo, tra tutti i racconti di tutto ciò che è stato e forse sarà, c’era la bellezza di ciò che comunemente si identifica con la parola amicizia, che non sai cosa vuol dire fino a quel preciso istante in cui dopo l’ennesimo saluto, sulla strada verso casa, cerchi sul telefono quanto costa un volo da Bologna a Berlino e, mentre ci smanetti, la sorella grande scrive che il 12 novembre ha un volo Londra-Bologna.
Non tutti possono permettersi tutta questa meraviglia, non tutti.

Posted on Ott 2, 2016 in Torno perché avete bisogno di me | 0 comments

post-it di tanto amore

QUARANTA GATTI IN CASA

Mia moglie li protegge in modo morboso, così visto che non mi ascolta, ho pensato di lasciarle dei “pizzini”, come usava fare in Sicilia un capo mafioso, per dare ordini ai suoi affiliati.

Quaranta gatti in casa non sono pochi. Devi stare attento a camminare e a sedere sui divani. Avendo l’età che ho, se inciampo mi rompo un femore o anche tutte e due. So che tu li proteggi in modo morboso e anche io ho dei momenti di simpatia per loro. Ti confesso che quando una gattina miagola dispiaciuta perché non trova i suoi piccoli, io l’accompagno. Spesso ricevo delle occhiate imploranti come se pensasse che li ho uccisi io.

1. Ti prego, fai in modo che diminuiscano i gatti. Quaranta sono troppi.

2. Un signore di Saludecio vorrebbe due gattini per i suoi nipoti. Dì a Gianni di portargliene subito quattro.

3. Un vecchio di San Marino è disposto a custodirne almeno una decina. Si accontenta di 100 euro al mese. Accetto.

4. Consiglio di addormentarne dieci e portarli non lontano dalla grande trattoria “Il Sottobosco”. quasi in cima a Via Maggio e mollarli lì.

5. Ci sono tre gatte incinta e Gianni mi dice che, affogandoli subito, i gattini non soffrono.

6. Per lo meno adesso, che arriva la buona stagione, cominciamo a tenerli tutti fuori casa.

7. Se entri nel mio studio ci sono sei gattini nati dietro la Divina Commedia.

8. So che sono morti due gatti e tu li hai fatti seppellire sotto la roccia che potrebbe essere anche il futuro sepolcro delle mie ceneri.

9. Volevo accarezzare la tua gatta preferita, che ho trovato nel giardino, e lei mi ha graffiato. Con chi posso lamentarmi?

10. O trovi una maniera, per decimare questa invasione, o me ne vado a vivere a Santarcangelo.

PS. Sono ancora in attesa di qualche tua risposta, accetto anche tuoi pizzini.

Tonino

Tonino e Lora

Tonino e Lora

Posted on Mag 2, 2016 in Torno perché avete bisogno di me | 0 comments

lei e io

A furia di modifiche e correzioni e smadonnamenti vari altrove, ho quasi dimenticato quali fossero le credenziali di questo posticino qui. Mi sono fermata e mi son detta che erano quelle, che sapevo, che da quando questo posticino mi è stata regalato non le ho più dimenticate.
E tutto ciò che avevo la necessità di appuntare era questo.
Ho immaginato una sera in Piazza Maggiore in cui le tendo la mano per dirle che penso a lei ogni santo giorno e che vorrei fare per lei tutto ciò che il tempo, i soldi, le possibilità non mi consentono di fare. Ho solo il tempo da darle, tutto ciò che riesco a tenere fuori dal lavoro disperato e dall’amore paziente, il mio tempo è per lei. Tutti i santi giorni, per tutta l’umanità che si porta addosso e da cui attingo per ricordarmi bambina e figlia, con lei, di quella generazione fatta di dignità e scelte.
Avevo bisogno di appuntarmelo qui, per quella sera in cui ho immaginato di tenerle la mano come da mesi faccio e lei la mano non me la prende mai ma io gliela allungo e lei sa che c’è. Tanto basta, dopo 12 anni non serve altro per sentirci amiche.

Posted on Apr 10, 2016 in Torno perché avete bisogno di me | 0 comments

San Vitale è casa mia

Via San Vitale 73

Via San Vitale 73

Parafrasando il buon Culicchia che di Torino aveva fatto casa e a pochi giorni da quel che nel diario della mia vita trentennale si potrebbe tranquillamente definire un “cambio di rotta”, chiamerò questo post “San Vitale è casa mia”.
A chi ha avuto la fortuna di ricevere in dono l’idea di casa, non potrà sfuggire il motivo per cui quelli che si avvicinano sono giorni pregni di malinchetudine.
Ho avuto due case nella mia vita: la prima di diritto per gentile concessione ereditaria e familiare. Grande, spaziosa, calda e a tratti odiata per quel bisogno di fuga e la richiesta di ritorno, per quel “torna” mai detto ma sempre mal celato e le corse sul primo notturno della sera e poi gli arrivi, che per gli altri erano piatti preferiti e tavole imbandite e per me erano corse e affanni.
Poi c’era la seconda casa, quella vera, quella che per dieci anni ha lenito gli strascichi da ritorno della prima casa, condono per chi tornando a casa trovava chiacchiere e compagnia, piatti caldi e post-it con frasi dalle grafie sempre diverse ma che dicevano
pressochè sempre la stessa cosa: “bentornata a casa”.
San Vitale è casa mia, perché nel 2006 Giulia mi offrì un posto dove poter ricominciare e da quella casetta incastrata in quello che tutti a turno hanno definito la casa di Escher, aver la possibilità di vivere sicura che tra quelle quattro mura tutto sarebbe apparso
risolvibile. Incalcolabili ore di racconti che avrei dovuto raccogliere su un quaderno, appunti di un futuro brillante fatto di possibilità, la casa del “dove si mangia in 3 si mangia anche in 4” e il fatto che da 4 si diventava nel giro di poche ore 7 o 8 era una regola a cui alla lunga ci eravamo abituati e abbondantemente preparati con più sugo, più pasta, più tutto.
La casa in cui Ilaria, Jenny, Michela, Alessia, Valeria, Chiarina, Lidia hanno studiato per diventare piccole donne. La casa in cui sono tornate per dirsi che le piccole donne crescono, con le tazzine portate dal paese e io, padrona di casa, che dopo oltre dieci anni ricordo ancora come vi piaceva il caffè e quanto zucchero avrei dovuto riservarvi.
La casa dei Paoli, dei Brembilla Baietta Bergamelli chiusi nel loro loculo senza luce e la certezza che uscendo da quella stanza mi avrebbero trovata al solito posto, nella postazione di chi pronto ad ascoltare e a parlare ci è nato. Per anni abbiamo posato i mattoni di quel che siamo oggi, da Bergamo Bellaria e Madrid abbiamo scoperto che tutte le strade portano a Bologna, anche senza Bologna.
San Vitale è casa mia perché dopo la morte di mio padre tutto ciò di cui avevo bisogno era trovare qualcuno che piangesse al posto mio e quando, tornando, ho trovato eccessi di risate e una sfrenata voglia di ballare sul mondo, ho alzato muri che manco Berlino e per abbatterli abbiamo aspettato febbraio, con una birra e una rosa bianca su cui c’era scritto “scusami, ricominciamo”. Era la mia piccina e oggi, che tutto è fuorchè piccina e molto più Carrà e molto meno Pavone, mi ringrazio per quella volta in cui ho sbrigliato la matassa e mi sono imposta biglia su piano inclinato che chiede perdono e comprensione.
San Vitale è casa mia perché dopo la morte di mia madre e dunque in assenza di famiglia apparente, Letizia mi ha raccontato che le famiglie esistono e resistono e non c’è futuro per chi non è pronto a riconsiderare un passato di amore e sorellanza, nonostante il tanto dolore. Dopo anni dal duro scontro ho ripensato a Letizia e le ho chiesto scusa per quella volta che lei mi ha parlato e io non ho capito. Ora ho capito e me lo sono appuntato qui da qualche parte, come monito per tutte quelle volte che avrò bisogno di capire.
E che beffa se ad una Letizia si sovrappone una Serena, caposaldo di assenze ma abbracci e profumo di casa che lasciano la scia. Serena nata da un copione di Fellini, compagna di cura e chiacchiere eterne, la certezza della sera di dover riprendere la griglia e tagliare le melanzane.
San Vitale è casa mia perché non c’è posto al mondo che possa raccontare tutto ciò che sto per diventare. A tutti quelli che di San Vitale hanno una fotografia che racconta ciò che siamo stati e che a volerle raccogliere tutte insieme potremmo farci una libreria di album.
Lascio San Vitale e chiudo l’album per cominciarne uno nuovo. Piango? Un po’. E poi sorrido perché dietro quella porta ci sono tutti i ricordi di dieci anni di bellezza. E poi sorrido ancora, perché lì di fronte c’è una nuova porta, un nuovo cerchio appena aperto e qualcuno a cui la mattina dire “buongiorno amore”.

Posted on Feb 24, 2016 in Torno perché avete bisogno di me | 3 comments