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like a rolling stone

Dieci anni a Bologna.
Esattamente dieci anni a Bologna.
Mesi fa il proprietario di casa mi ha detto “sei arrivata che eri una bambina e ora sei una donna”.
Ed è strano perché io donna in quel senso là proprio non mi ci sento e lui che con quelle telecamere dentro e fuori il palazzo vede tutto e sente tutto e ad ogni puntuale incontro mensile non esita a sottolineare “quella sera che” “fai sempre tardi” “ti sei fatta il moroso” e un mucchio di altre cose spesso imbarazzanti, dovrebbe sapere che io vivo ancora una vita da matricola fresca fresca nella city.

Antonellina a Bologna è casa per tutti. Lo so, lo so bene.

Posted on Set 16, 2014 in Scendo in campo | 0 comments

chiedimi se sono felice

Chi non ha voluto non ha voluto.
Chi è ad un passo dai sogni ha fatto cento passi indietro.
Chi ha voluto è riuscito a superare i sogni. Siete stati gioie, regali, sapori, abbracci e stretti stretti vi avrei tenuti tutti a me.
Ho pianto? Certo che ho pianto.
Con voi? Matti, io non piango mai.
Cos’è il compleanno? E’ quel giorno in cui avvengono le consacrazioni.
Ho una salentina nel cuore e paisà non me ne vogliate, ma oggi io ho avuto l’abbraccio di quella cosa che tutti chiamano casa e che io invece misuro in 50 chili di bellezza. 

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Posted on Set 12, 2014 in Scendo in campo | 0 comments

orecchie grandi per sentire meglio

Ti senti mai speciale?
Oh si, a volte.
E le altre volte come ti senti?
Sola, credo.
Quindi per sentirti speciale hai bisogno di compagnia?
Praticamente si, ma credo sia una questione di abitudine perché sai, io sola non ci sono mai stata, fisicamente dico. Una famiglia di cinque persone è una famiglia grande e se anche la mamma fa la spesa, il papà lavora, la sorella è a scuola e l’altra fa i fatti suoi, il tempo massimo in cui non c’è nessuno nel raggio di 10 metri può al massimo durare cinque minuti. E nemmeno.

Una famiglia di cinque persone in una casa grande ma non così grande da dividerci, è una famiglia di persone che sole non lo sono mai. Anche la stanza delle bimbe è una stanza grande grande gigante, con tre lettini rossi intervallati da comodini rosa, una lunga scrivania che deve bastare per tutte e tre le bimbe e un armadio grande, ad ognuna il proprio cassetto, gli spazi condivisi, le grucce un po’ per ognuna.
E anche quando la mamma ha provato a dividere gli spazi con delle librerie nell’enorme stanza per dare ad ognuna il suo piccolo angolo di pace, non è durata poi tanto. Forse due o tre anni non di più, nessuno avrebbe potuto dividerci.

Nelle famiglie di cinque persone e con tre bimbe piccole quando una si ammala non si è soli nemmeno nella malattia, perché se una si ammala poi si ammala anche l’altra e il giorno dopo l’altra ancora. Non c’è scampo. E quando ci si ammala anche l’affetto bisogna dividerlo per tre, e anche per quattro se poi il quarto è un uomo e in quanto tale bisognoso di essere rassicurato su come il mal di denti non faccia di lui un malato terminale.

Sai, nelle famiglie di cinque persone la frase più usata è “è mio”, seguita da “no è mio”. E poi “mammaaaa, quello è mio ci stavo giocando io” e poi la mamma “non c’è mio tuo o suo, è di tutti”. E cosa si risponde ad una mamma che sin dall’infanzia ti ha raccontato che la proprietà privata non esiste? No no, si collettivizzano i beni e si impara a goderne insieme. Era il suo senso del giusto, senza alcun bisogno di definizioni strettamente ideologiche.

In una famiglia di cinque persone anche gli scazzi sono collettivi, perché quando due litigano poi la terza ci sta male e la mamma si dispiace e poi arriva il papà che moderatore impeccabile ed estremamente pragmatico risolve tutto con un “se non la smettete vi mando da don Francesco”. Panico in famiglia, redenzione, scuse, finito tutto e quindici anni dopo tre pecorelle in meno per il mondo cattolico. La grande con le dimostrazioni matematiche dell’inesistenza di dio, la mezzana con i moduli per lo sbattezzo pronti sulla scrivania e la piccola con un trascorso da nuovo messia e una maglia dell’UAAR nel cassetto.

In una casa di cinque persone si ragiona con “uno per tutti e tutti per uno” e quanto più si vogliono prendere le distanze dall’altro più ci si sente legati, non ci si muove tutti i giorni e in tutti i momenti senza chiedersi se per quel fare o non fare ci si sentirà dire “brava” o “hai fatto una cazzata”. E per ogni cazzata fatta c’è un “non ti preoccupare, ora risolviamo”. Le famiglie di cinque persone sono così, anche nell’errore commesso da uno dei cinque il senso di preoccupazione ricade anche sugli altri a cui segue la certezza di cinque soluzioni diverse.

E credi che sia sano tutto questo?
E non lo so mica, io so solo che quanto più cerco di staccarmi fisicamente da loro meno mi sento sola e per ogni sbaglio che faccio c’è un senso di colpevolezza multipla che rende lo sbaglio più grave dello sbaglio in sè. Io non lo so cosa sia sano e cosa non lo sia, ma so ciò che è giusto e ciò che è sbagliato e quando sono triste cerco di essere triste da sola così che gli altri non sapendomi triste siano un po’ più felici.

E non sei mai triste?
Solo una volta sono stata triste, ma triste triste triste e alla mia tristezza la sorella ha risposto con “finalmente”.
Finalmente? Io piango e lei dice finalmente!
Si, mi sarei preoccupata del contrario, ha detto.
Quel giorno per farmi felice mia sorella mi ha regalato un ferro da stiro. E lei lo sa che è stato per me il regalo più bellissimissimo del mondo. 

Antonellina prende i panni e stira, e poi stermina le formiche e poi prepara le patate novelle e tu no no, lascia stare faccio io. No tranquilla, il bidet ho imparato a farmelo da sola e si, sto mangiando e come sto mi chiedi? Ah sto molto bene, sto imparando a rendere i sogni reali e quando cammino per la city mi sembra di volare. Ho una nuvola bellissima tutta bianca che mi tiene strette le caviglie e mi porta esattamente lì dove voglio andare. Si si, tranquilla, c’è molto amore nella mia vita. Sola io? No no che dici, ti piacerebbero tutti e tu piaceresti a tutti e vedessi quante belle cose hanno da raccontare. Si ma stai tranquilla eh, e no dì pure alle zie che non ce l’ho il fidanzato ma fidati che un giorno anch’io avrò un Barbu che mi vorrà bene in quel modo là e questa volta ti piacerà, lo so. No no tranquilla, quell’altro non mi farà più male, so’ mica scema però tu potevi dirmelo che non ti piaceva così da capirlo anch’io un attimo prima del disastro. Mi fa ancora male? Mannò, un po’, vabbè mi lecco ancora le ferite eh e no tranquilla, non sono arrabbiata, tu però la prossima volta dimmelo se non ti piace eh che io me lo segno. Vuoi venire a Bologna? Ma sono felicissima e anzi sai cosa pensavo l’altra sera? Pensavo che tra tutti quelli che vorrei farti conoscere ce n’è uno che adoreresti più degli altri. Chi è? Lascia stare chi è, chiediti piuttosto cos’è? Ecco sai quelle persone capaci di rendere le giornate più belle? Ecco esattamente quello e no, non lo so come fa ma lo fa. E non ci crederai ma parla parla parla più di te. Quanto? Ah ah, lascia perdere non c’è gara. Uh, si si lo so a cosa stai pensando, ma se le dicessimo che è di origini meridionali dici che cambierebbe qualcosa? Si dai, è solo un gioco, un nostro scherzo. Mi manchi? Si mi manchi. Torni? No non ce la faccio. Scusa.

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E quindi quando ti senti speciale?
Eh adesso che ci penso io speciale mi ci sento sempre se non altro perché io sola, anche volendo, non mi ci sento mai.

Posted on Lug 14, 2014 in Scendo in campo | 4 comments

me la canto e me la suono e che bel suono

Pascale vince 1 a 0 contro Pascale.
Che meraviglia che sei Pasca’, quando riesci ad arrivare in cima alla montagna senza mai guardarti indietro. Sono vertigini e tachicardie, sono balbettii e fiato corto, sono la consapevolezza dell’essere grandi e soli e anche da soli ci si sente in un bellissimo intero. Che di muscoli nelle braccia ne hai pochi ma perdio, stai scalando la montagna con il solo battito del cuore.
Che meraviglia che sei Pasca’, e quanto sono orgogliosa di te.

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Posted on Lug 13, 2014 in Scendo in campo | 2 comments

pari opportunità

C’eravamo io, te, gli altri, qualche birra e molte cose da dirci. Ci siamo abbracciati e gli abbracci lo sappiamo non sono mai troppi.
Da un mesetto ho la colite, m’è tornata e chissenefrega.
Amo essere amata. E allora succede che alla fine di 10 ore di file excel e dopo aver passato in rassegna tutti i santi dall’1 gennaio al 31 dicembre mi adagio in una casa che amo con persone che amo.
Mi viziano, mi coccolano, rendono meno faticosa la fatica delle mie non-pari opportunità.
Che fino ad ora davvero non ci avevo mai pensato eppure succede, succede a chiunque, persino ad una come me che ha sempre saputo che là fuori il mondo perfetto è degli uomini che ti amano e ti rispettano e non perchè siano tutti così, e no mannaggia, è solo che là fuori tra tutti tu hai scelto i migliori. I miei sono uomini speciali, fatti di braccia robuste di due etti l’una, con cuori grandi pronti a lasciarsi intenerire per ogni tua lacrima. Gli uomini che anche quando non ce la fanno finiscono per farcela solo per dimostrarti che loro ce la fanno e se ce la fanno è solo per te perché gli hai dato amicizia amore e rispetto, e tu sei quella che racconta e la risposta è quella del papà che dice “se ti fa felice allora per me va bene”. È impagabile se non hai più nessuno che riesce ad essere felice per te in quel modo.
I miei uomini sono belli e capaci di farti sentire la più bella anche quando là intorno c’è la loro bella che vorrebbero amare. I miei uomini hanno la capacità di dirsi pronti e attivi nell’esatto momento in cui tu li chiami e la sola risposta che sanno darti è “si, dieci minuti e ci sono”.
I miei uomini la seconda volta che ti vedono non ti guardano le tette, la prima si, ma la seconda no. Perché se alla prima sei gnocca alla seconda devi essere capace di raccontargli la tua bellezza di essere al mondo. I miei uomini lo sanno fare.
Io li scelgo perché belli e vivi e capaci di quel rispetto che mi hanno insegnato.
I miei uomini sono stati amati dalla mia mamma e dal mio papà. Gli uomini che son venuti dopo non hanno avuto questa possibilità, ma li ho scelti basandomi sulla bellezza che i grandi mi hanno lasciato.
Mi lascio amare, torno a casa e sulla strada trovo abbracci e sorrisi di persone convinte che sei bella e speciale nonostante tu non sia la più bella del mondo, nonostante tu non abbia ‘ste gran tette.
I miei uomini speciali sono quelli capaci di essere uomini senza alcun bisogno di sentirsi diversi da te che sei donna.
I miei uomini forse non lo sanno, ma io sono la loro donna e per ognuno di loro ho cura e amore e sorrisi e abbracci per la dignità che nell’essere uomini hanno.
Siete i miei imperfetti e bellissimi uomini ogni volta che di fronte a me non vi sentite spaesati. E io, in assenza di uomini forti che hanno vissuto e reagito e poi ancora vissuto, so che della mia mamma e del mio papà sareste stati i migliori compagni.
Con o senza l’amaro Tilus.  

Posted on Lug 5, 2014 in Scendo in campo | 0 comments

la grazia delle cose

Ero in attesa che qualcuno dalla vigilanza mi aprisse e nell’attesa ho lasciato cadere la borsa di Barbara. Imprecando tutti i santi dal 1 gennaio al 31 dicembre mi sono chinata a raccoglierla. E i santi solo lo sanno quanto quel crac di ginocchia e colonna vertebrale mi abbia fatto male.
Un tizio esce dal bagno, lo guardo, lo conosco. Da qualche parte ho ancora il suo numero di telefono. Storia di 10 anni fa che lui manco si ricorda ma io come faccio, e chi se lo scorda. Lui.
Eravamo in via delle Belle Arti, io Lisa e Agnese. Mi presentano questo tizio che è lì seduto con un libro tra le mani. Nero che più nero non si può. Scopro che è alla sua terza laurea e io piccina che avevo appena iniziato la prima. Capisco subito che il tizio che mi sta di fronte è uno di quelli con una vita da capriole sull’asfalto e poi nel vuoto, uno dei pochi o tanti che a Bologna puoi incontrare se hai la pazienza e la voglia di fermarti per stare ad ascoltare le vite degli altri.

Esce dal bagno, mi scopre incazzosa e ingrata a dio e a tutti i santi. E poi mi dice.

“Scusa se ti ho guardata mentre ti piegavi per raccogliere la borsa. E scusami perché guardandoti, non ho pensato che in quel momento sarebbe stato più giusto aiutarti e ora so di aver sbagliato. Perdonami”.

Perdio, ah no ops, non ce l’ho anche con dio, si fa per dire è chiaro. No ma stai tranquillo, non è successo niente.
Beati i neri, loro mica lo sanno cosa vuol dire arrossire.
Dopo poco è venuto al mio banchetto da customer in tailleur, ha partecipato all’indagine qualitativa del secolo, mi ha detto che è al suo enne post doc, mi ha detto grazie e mi ha salutata con garbo.
Si chiama Felix e viene dall’Uganda e ti basta una settimana a Bologna per sapere chi è lui, proprio lui, quello che incontri per strada e cammina leggendo.
E quando se n’è andato via ho sorriso, che lui non lo sa ma io lo so quanto in quella gentilezza io ho sempre creduto.

“La gentilezza si esercita con lo sguardo, col tono della voce, ed è uno stato dell’anima che si instaura tra due animali innamorati oppure tra due esseri umani che hanno la naturale predisposizione verso la grazia delle cose. Grazia. Una caratteristica che uomini non necessariamente colti, ma dotati, sì, di intelligenza esercitano senza sforzo”.
M. Desiati

E visto che le scorte di gentilezza cominciano a scarseggiare e visto che da troppo tempo ho i piedi fermi in questa mia Bologna, rifaccio le valigie e corro via.
Ho Biella che m’aspetta e Pennabilli che si si si, a giugno non so come e nemmeno con chi, io devo esserci.

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Posted on Mag 14, 2014 in Scendo in campo | 5 comments