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Unter den linden

E domani sarà ancora Berlino.

Via tutto, avanti il bello che abbiamo da anni. Unter den linden, spogli, drammatici come l’inverno, viviamo il continente. Fatti ariete per me mio Paolo, l’u-bahn 3 verso Koloniestrasse. Bando ai dispiaceri, mi porti tra le pagine che leggi e i disegni che mi fai. JLo ha un cuore così grande che in due ci staremo benissimo.

Fai la valigia dai, buonanotte.Buonanotte beibi.

Berliner strasse

Posted on Nov 10, 2017 in L'Italia è il paese che amo | 1 comment

#jesuisenricabonaccorti

La verità, ma quella vera vera, è che passo il tempo così.
Quando non sono a lavoro, quando non dormo, quando dovrei pulir casa e invece vorrei sentirmi coraggiosa e impavida come solo Enrica Bonaccorti sapeva essere.

Sono andata dal parrucchiere 3 settimane fa.
Gli ho detto “voglio essere lei”.
Lui mi ha detto “ci proviamo”.
Non ci è riuscito.

Però il biondo mi sta da dio.

Antonella Pascale

 

Posted on Lug 24, 2017 in L'Italia è il paese che amo | 4 comments

be smart

Io non capisco il motivo per cui quando mi chiedete “che fai?” e io vi rispondo “lavoro in un’agenzia di moda bimbo” nella peggiore delle ipotesi si scatenano 5 minuti di sonore risate, nella migliore “no dai, davvero, cosa fai?”.
Fingo di non capirne il motivo ma il motivo lo so eh. Dopo anni vi aspettavate un santino elettorale, un “dillo agli amici” e poi “è una bellissima esperienza”. E la vostra reazione sarebbe stata compiaciuta, sorridente come quelli che sapevano già.
No signori miei, io lavoro per far sì che i vostri figli vi portino a casa soldi, soldi e ancora più soldi, che se non ci riuscite voi ci penso io a far lavorare le vostre creature, ah ah ah. Si rido, cosa rido, ah ah. Rido, rido per niente. Ogni bambino in entrata 5 euro, il mio impegno per voi vale 5 euro che, come dice la Mezzadri, equivale ad uno spritz. Ma a me cosa importa? A me lo spritz non piace. Mi piace la birra, una birra a Bologna costa 4 euro, ergo il vostro bambino vale 1 euro, perché per ogni stronzata che vi racconto io ho bisogno di una birra per fermare il senso di colpa. Finirò alcolizzata, molto più di adesso. Perché con l’estate i bambini aumentano, è la riviera signori diamoci da fare, uno spritz, due spritz, tre spritz, non mi piace ma lo bevo lo stesso perché la Mezzadri me lo ha detto. No dai, allora prendo una birra, un bambino quindi una birra, 1 euro di guadagno, cosa ci faccio? Sigarette no, un pacco di cartine grazie, il tabacco ce l’ho di scorta perché sono nata formica e formica resto.
La mia capa dice che non avrò mai l’imprinting milanese, “Anto, tu sei qui, e qui e l’imprinting milanese. Tu a questo non ci arriverai mai però questo deve essere il tuo obiettivo”. “Zi padrone”. Ti dico sì e mi paghi 200 euro al mese, e i genitori di Veronica che l’imprinting milanese, perché di Lodi, ce l’hanno nel sangue, dicono che una così non la potrebbero sopportare. Io invece sopporto tutto, che cosa vuoi che sia, che cosa vuoi che faccia. Ho combattuto mostri che a confronto lei, le sue amiche e il loro papi sono fili marroni su un tappeto di ciniglia. “Sciacquami le palle” è stata l’espressione pensata e ovviamente non detta al suo ennesimo rimprovero del non essere mai abbastanza.

“Anto che fai?”
“Nei miei sogni salvo il mondo dai cattivi e sono felice”

Posted on Mag 1, 2016 in L'Italia è il paese che amo | 0 comments

La differenza tra me e te

Una stretta di mano che sancisce un accordo lavorativo non è un contratto firmato e contro firmato. Una stretta di mano è la mia mano che si unisce alla tua e non ti sta dicendo “ciao, sono Antonella”, quello lo abbiamo già fatto al primo incontro e il mio piacere era davvero un piacere, per tutte le lodi che di te avevano tessuto e a cui mi sono aggrappata per quella smisurata fiducia che continuo a nutrire nei confronti dell’umanità intera. La mia stretta di mano, dopo lunga chiacchierata e confronto e idee di una creatività che non avrei mai pensato di poter partorire, è il mio ok puoi fidarti di me e io mi fido di te nella misura in cui so che ciò che fino ad ora ci siamo detti vale più di qualsiasi contratto, che noi umani non abbiamo bisogno di un contratto per dirci fedeli, noi la fedeltà ce l’abbiamo nel sangue. Ho accettato e rispettato strette di mano a 200 euro al mese, ci ridevano tutti eppure per me era il mio “sì, non ti tradirò e a costo di non dormirci la notte sarai per me importante”. Che ingenua che sono ogni volta che penso che ciò che per me è umanamente altissimo lo è anche per tutto il resto del mondo.
Era la mia occasione, era ciò che da 12 anni sognavo di fare, ti ho stretto la mano e tutto ciò che ho avuto è stato “mi capirai, sono logiche di partito”. Ti ho fatto comunque il mio in bocca al lupo, ma è stato solo garbo. Ti cerco sul web e non ti trovo, e tutto ciò che avrei voluto darti erano notti e giorni a pensare come far di te “quello giusto”.
Che stupida che sono. Sei stato pure grillino.

Posted on Apr 22, 2016 in L'Italia è il paese che amo | 1 comment

domenica “in”

C’era quella foschia fitta fitta fitta delle 2 del pomeriggio, c’era il sole dell’autunno e la città si colorava di arancione. Gli alberi stavano perdendo il vigore della stagione estiva e le strade si riempivano di foglie dalle forme geometriche così nette, ma così nette e belle che taluni passanti allungavano il passo pur di non calpestarle. Le signore avevano preparato i tortellini della domenica e i bambini si preparavano al riposo prima del gioco. Gli adulti restavano nella sala con la tv che proponeva il varietà e le magie di Giucas Casella con un occhio sempre puntato ai risultati del campionato, la tovaglia ancora stesa, le pieghe dei lembi ancora perfettamente stirate e ordinate, al centro briciole di pane e i bocconi mai mangiati delle creature in festa per quel giorno di riposo che era casa, famiglia, dolci ed educazione al vizio del settimo giorno. Le domeniche che dieci anni dopo avrebbero odiato e vent’anni dopo rimpianto. C’era il profumo delle case la domenica, il limoncello la grappa e l’amaro per il bis di tenerina, “hai il nocino?” qualcuno chiedeva, e lo zio scendeva di volata quattro rampe di scale per fornire al rivale concognato l’estratto di San Giovanni, “quest’anno mi sono superato” diceva e la sorella guardava il marito in attesa di quell’approvazione a cui dopo dieci anni di matrimonio sperava ancora. I bambini allora si svegliavano dal sonnellino, si stropicciavano gli occhi e i grandi, inteneriti e storditi dal bicchiere sempre pieno, mettevano da parte i contrasti familiari, guardavano i bambini, li accoglievano sulle loro gambe, poggiavano i gomiti sul tavolo di briciole e gocce di vino e si imponeva la quiete, i baci, i sorrisi e la paura che quel momento non sarebbe mai stato lungo abbastanza per dirsi sazi e capaci di una nuova settimana.

Posted on Nov 3, 2015 in L'Italia è il paese che amo | 0 comments

pippo non lo sa

E’ l’anno 2015 ormai e io ripesco dal passato i ricordi di una famiglia che mangiava intorno allo stesso tavolo, litigava per il solo bagno presente in casa e viveva insieme non sempre amando lo stare insieme.
Per l’anno 2015 ho preventivato grossi cambiamenti con la certezza che i “si” saranno certi e forti come un “affermativo signore” e i “no” decisi e netti come un “negativo signore”.
E’ febbraio 2015 e un tizio che ho incrociato un paio di volte – e con pessimi risultati – mi ha proposto di andare a Sanremo tra luci, paillettes, colori, pessima musica e ingranaggi pazzeschi.
“Ho quattro posti letto liberi a 100 mt dall’Ariston – mi ha detto – io non potrò starti dietro perché ci devo lavorare, ma immagino te la saprai cavare”. Eccerto che me la so cavare, perdio, è la kermesse musicale capace di lasciarsi raccontare anche da chi considera Sanremo un prodotto datato e pregiudizialmente osceno. Ed è evidente come delle opinioni di certa gente io riesca a non curarmene, visto e considerato che di defezioni emozionali trattasi per le quali, ahimè, non ci si può far molto.
Quando io parlo di Sanremo, ai più che non ce l’hanno ancora ben chiaro nella testa, parlo di famiglie che appuntano su un foglio il loro insindacabile giudizio su questo o quel brano, che giudicano il vestito della valletta di turno come osceno o come impeccabile, che si ok Mike ha fatto la storia, ok Fazio ma mai come nel ’99, la Clerici proprio no vi prego e alla Raffa Pelloni si perdona sempre tutto, e il sogno del trionfale ritorno del grande Pippo nazionale in smoking come il solo in grado di riconsegnare garbo e splendore al carrozzone targato Rai.
Quando io parlo di Sanremo, e quando un tizio mi propone di farne parte, il pensiero corre veloce a quelle serate in cui nella cucina di via Pitagora una famiglia di cinque persone era giuria di qualità quasi sempre in disaccordo con quell’altra giuria di qualità, dove però gli ufficiali eravamo noi e quelli pagati da mamma Rai erano in realtà dei venduti asserviti alle logiche delle case discografiche. Noi eravamo quelli giusti perché popolari e sentimentalmente impegnati, loro quelli sbagliati perché non facevano mai vincere il migliore. Noi al massimo riuscivamo a far coincidere il nostro vincitore con il loro premio della critica, la sola giuria che riconoscevamo come legittima perché quasi sempre nostra alleata.
Non abbiamo mai vinto noi, un po’ come alle elezioni, per dire.

E allora mamma io mi sa che ci vado davvero a Sanremo. Cambi d’abito tu mi dici? Cavolo non ci avevo pensato. Meno male che ci sei tu a ricordarmi che noi soubrette abbiamo il cambio d’abito tre volte in una sera. Meno male mamma.

Posted on Feb 7, 2015 in Canto meglio di Apicella, L'Italia è il paese che amo | 2 comments