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per pesare il cuore con entrambe le mani ci vuole coraggio

A chi se lo fosse perso
A chi non ha ancora capito il valore immenso di questo ragazzo
A chi conosce la cantantessa e le sue piccole magie
A chi aspetta Sanremo per vederli insieme
A chi conosce il conforto
A chi ne sente la mancanza
A chi dosa bene le parole e a chi non le dosa affatto
A chi conosce la differenza tra prossimità e vicinanza
A chi conosce Antonellina e Paolo
A chi ha capito che in questo video ci sono Antonellina e Paolo
Agli abbracci, al conforto e il peso del cuore.

Ah, dimenticavo.
Ho convinto una trentina di persone a partecipare a questo concorso qua con la promessa di considerarmi come imprescindibile +1. O, con delega, dare a me la possibilità di andarci. La risposta esatta è Bernabei, ovvio.
Caso mai qualcuno là fuori avesse voglia di farmi un regalo. Che se va bene ci godiamo anche i due di cui sopra.

Posted on Gen 13, 2017 in Canto meglio di Apicella | 0 comments

ricordati che eri felice

La cosa più faticosa del settimanale incontro con la psicologa è riuscire a ricordare. L’ultima volta in cui questo quello e quell’altro. No l’ultima no, una dimmene almeno una, no non ricordo. Sì la tiroide, mo’ vuoi dire che è tutta colpa della tiroide. Boh sì, la tiroide non aiuta ma nemmeno io. Cos’ho nella testa, me lo dica, il mondo vuole sapere il nome della malattia e su google trovare la cura. Ride la psicologa e ridendo dice quella parola là, quella che torna spesso e che si usa come sinonimo di tristezza e tu che la tristezza la conosci bene guardi chi la usa e pensi che dai passerà. Quell’altra parola lì invece non passa domani, né dopo domani, forse mai dice Laura e io rispondo che no, quella cosa può passare perché le persone sono capaci di spostare montagne, quando vogliono. Io? No io no, io cerco di svegliarmi la mattina pensando che prima o poi il giorno finirà, e poi il giorno dopo scopro che non è andata esattamente come speravo e nel frastuono del non essere non riuscire non fare là fuori fa freddo eppure c’è il sole, ok non è luglio, ma nemmeno novembre e tutto sommato Bologna è ancora bella, e questo più o meno me lo ricordo.
E a proposito di ricordi, ieri il consueto pranzo con la Laura di cui dicevo prima che parla parla parla e io ascolto e poi parlo e poi lei ricomincia, ma è Laura e a noi piace così, si è concluso con la tradizionalissima visione delle foto del suo matrimonio che dopo un anno e mezzo sono finalmente pronte all’uso emozionale per cui sono state fatte. Il ricordo, appunto.
Ora, c’è da dire pure una cosa. A differenza di tutti gli altri matrimoni a cui ho partecipato, e il conto in banca solo sa a quanti matrimoni ho partecipato, questa volta non avevo amici né spalle, avevo ex colleghi ed ex capi e conoscenti amici di amici e una specie di ex filarino che 3 mesi prima mi aveva detto che io ero “una persona sbagliata”, “fatta male” e una serie di altre cosette che per dignità non sto qui ad elencare. Normalmente, insicura e vittima e carnefice dei miei sbagli, avrei defilato l’invito, avrei ringraziato e inviato il mio regalo al ritorno dal viaggio di nozze. Ma perbacco, probabilmente mi dissi, è Laura e io sono quella che deve portare le fedi, vedessi mai che la mia assenza possa creare disagio agli sposi. Ero forte abbastanza per sopportare la solitudine in una collina dell’appennino bolognese da cui non sarei potuta fuggire nemmeno pagando e tra un centinaio di persone per cui ero solo una delle tante. Senza tutti quegli orpelli che usano le donne per sentirsi più carine e sicure di sé, senza vestiti adatti all’occasione, con i capelli sfibrati dalle lunghe passeggiate estive e solo un filo di matita sugli occhi, entrai altera e bellissima nella sede comunale, tra i sorrisi di chi mi conosceva e gli sguardi di chi forse pensava “questa mo’ chi cazzo è”. Ed ero bellissima sì in quel vestito nero e le scarpe comode così poco matrimoniali, con il braccio sporco di vernice gialla per un muro appena dipinto e che ovviamente prima della cerimonia io ho preso in pieno e senza un bagno del comune di Pianoro pronto all’uso. Quel giorno ero di colpo e senza deciderlo diventata la miglior amica del fotografo, complice un passaggio in macchina che altrimenti non avrei saputo come arrivarci lì sull’appennino. Ed eccomi a fine serata, e le foto mi cosano, quella che alla festa si è divertita più di tutti perché amica di tutti, quella di famiglia a cui la mamma della sposa chiede di ballare e dopo il ballo una foto, una foto solo io e te? no no, una foto di famiglia, vieni ci sono i fratelli e il cugino, perbacco che onore eccomi sorrido cheeeeeseeee, e l’amico dello sposo che viene da Monghidoro che forse si chiama Attila ma se anche non si chiamasse Attila io credo che quel nome gli calza a pennello che ride con me e di cosa non si sa ma noi ridiamo che ci frega, e l’ex capo cinquantenne che votava Di Pietro ed è tutto ciò che di lui sapevo e poi quella sera scopro con sorpresa che è il miglior compagno di giochi in una serata di vino e rockabilly, e poi le amiche della sposa che “vieni a fare questo gioco con noi” ed eccomi in un gruppo di squinzie ventenni alte almeno un metro e ottanta che mi coinvolgono nei loro giochi della bottiglia, e gli ex colleghi che musoni e tristi per gli arretrati dello stipendio a cui è bastato il mio essere Antonellina che versa da bere e ride con tutti per dirmi “meno male che ci sei”. Tutto immortalato dalla macchina dell’ormai migliore amico fotografo che è ormai amico al punto da capire quanta cazzo di felicità avessi addosso io in quelle ore.
Io tutto questo non me lo ricordavo e ieri con Laura ho riso tantissimo, come quel giorno là. Allora le ho dato la chiavetta e ho preso tutte quelle foto, le ho guardate e riguardate quasi a consumarle, a ricordo di quel periodo lì in cui la mia presenza o la mia assenza faceva un’enorme differenza e tutti lo sapevano, i giornali ne parlavano, ero quella che voleva diventare sindaco di Bologna e tutti mi sostenevano e promettevano appoggio e tutti pronti al trasferimento immediato nella city per una vittoria che davano per clamorosa. Gloria e onori, giannizzeri e compari, una sola porta in faccia da chi per difendersi decise da quell’estate di attaccarmi ignorando o al limite un ciao e battute infelici che avrebbero ferito anche il più stronzo tra gli stronzi ma vabbè questa è un’altra storia, è ai bei ricordi che dedico la mattinata che a quelli brutti ci pensano già le nottate sveglia con il cuore che scoppia.
Io e la mia psicologa abbiamo un’agenda fittissima di cose da affrontare lunedì prossimo, devo appuntarmi questa storia qui su un post-it, la storia di quella volta lì, prima dei trent’anni, in cui ero felice e bellissima, per capire dove ero rimasta e dove tutto questo dolore ha avuto inizio.

Emiliano Facchinelli

Istantanea dell’amico fotografo

Nota di colore: una settimana dopo il matrimonio di Laura ho compiuto trentanni. Federico mi ha regalato Venuto al mondo della Mazzantini e sfogliando in rapida successione le pagine mi è capitata questa frase qui che mi sono appuntata un anno e mezzo fa e che oggi mi è tornata in mente e ho ricercato e sì, insomma, la frase dice “C’è la mia vita fino a trent’anni. La guardo. Guardo quello che mi aspettavo ogni volta. Sono stata sola, ostaggio della mia volontà, mai all’altezza di niente, alla fine. Ballo nel buio. Sono malata d’incompletezza, di illusioni”. Chissà che voleva dirmi Federico il giorno del mio trentesimo compleanno, chissà.

Posted on Gen 11, 2017 in Culona inchiavabile | 0 comments