le mie parole sono sassi precisi aguzzi pronti da scagliare su facce vulnerabili e indifese. Undici mesi di colpe e paure, i se avessi e i avrei potuto e invece non ho fatto e non ho potuto. Undici mesi con la certezza che non ci sarà perdono, che le parole e la violenza mi sono state cucite addosso come una colpa e non c’è verso di ascoltare chi dall’alto dei suoi studi ti dice che no, non è colpa tua, che non avresti potuto e invece undici mesi di se avessi e avrei potuto. Non c’è ragione nella paura, nel cambiare direzione al pericolo di incontrarlo ancora, non c’è perdono nelle parole di chi non c’era e non ha fatto. Come si spiega la tachicardia ad ogni angolo di strada in cui un chiodo e una testa pelata incrociano la tua stessa strada? Non c’è rassicurazione che faccia di quel giorno un giorno come tanti altri. sono nuvole sospese gonfie di sottointesi che accendono negli occhi infinite attese. Ci eravamo promessi verità e verità mi hai dato, fino al punto in cui non era più necessario darne perché avevamo capito, tu prima io dopo. sono gocce preziose indimenticate a lungo spasimate poi centellinate sono frecce infuocate che il vento la fortuna sanno indirizzare. Anni passati a leggere ciò che volevo fosse per me e che per me non era, ma aveva tutto il suono e il sapore di parole cucite addosso. Avevo fermato quelle parole su un muro della mia stanza a ricordarmi di quella volta in cui una persona gentile è entrata nella mia vita e nella mia vita si è fermata, da Milano a Bologna e un giorno a Genova, New York e Londra non c’è passo di cui io non abbia voglia di raccontarti, sicura che l’ultima parola sarà sempre la tua fino al giorno in cui diventerò davvero una donna lasciandoti, per la prima volta, senza parole. sono lampi dentro un pozzo cupo e abbandonato un viso sordo e muto che l’amore ha illuminato sono foglie cadute promesse dovute che il tempo ti perdoni per averle pronunciate sono note stonate su un foglio capitate per sbaglio tracciate poi dimenticate le parole che ho detto oppure ho creduto di dire lo ammetto. Trentuno anni di vita di cui tre senza di te e nove raccontandoti che andava tutto bene. La promessa di tornare per esserci e il rimorso per non esserci stata abbastanza, troppo impegnata a vivere la mia vita di stenti e incapace di dirti in maniera forte e chiara quanto quella vita mi faceva star male. Non avresti potuto farci niente, non ho saputo farci niente, siamo rimaste così ferme da non riuscire ad incontrarci. Ora è tardi, è troppo tardi per vivere. Ma ritrovo in te i modi e i nomi che alle cose davi, sono diventate mie e non sempre è un’eredità gloriosa. strette tra i denti passate ricorrenti inaspettate sentite o sognate. I discorsi che immaginavo di fare la sera, prima di andare a dormire, erano forti spaghi intrecciati, erano la mia rivoluzione quotidiana che arrivava lì dove esattamente puntavo la direzione. Tracce di discorsi che fendevano i cuori e rendevano il mondo il posto migliore che volevo. A quelle parole ora ci sono le parole degli altri che dalle casse di un pc chiudono la giornata e non c’è più modo di sognare. le mie parole son capriole palle di neve al sole razzi incandescenti prima di scoppiare sono giocattoli e zanzare sabbia da ammucchiare piccoli divieti a cui disobbedire sono andate a dormire sorprese da un dolore profondo che non mi riesce di spiegare fanno come gli pare si perdono al buio per poi ritornare. La neve sui trulli era il regalo che non mi aspettavo di potergli dare, la sua traversata italica il regalo che gli avevo chiesto. Ho bisogno di te e le autostrade non sono poi tanto pericolose per chi ha dall’altra parte un cuore stanco che ha bisogno di vino e abbracci. sono notti interminate scoppi di risate facce sovraesposte per il troppo sole. Le nottate in piazza a parlar di tutto pur di non parlare di niente. Non avevamo bisogno di altro noi se non di una panchina, di un bar sempre aperto e la buonanotte sempre troppo tardi. Siamo stati compagni e “che bella la parola compagno” dicevamo, quando fra noi non si erano imposti i silenzi di delusioni e ciò che all’altro non avevamo perdonato o non avevamo capito. Siamo stati una bella compagnia fino a quel giorno in cui mio padre stava morendo e loro continuavano a vivere. sono questo le parole dolci o rancorose piene di rispetto oppure indecorose. Ci perdoniamo la paura che abbiamo dell’altro, un gioco costante di scuse e parole d’amore che arrivano spesso tardi. Ho bisogno di romanticismo ti ho detto, mi hai abbracciata e so che forse non hai capito. Sei in tutto il resto, nel passo che arriva prima del mio, mi giro e vedo te, scappo e ti fai trovare, piango e hai già abbattuto tutta l’Amazzonia per fornirmi tutto ciò di cui ho bisogno. “Dai, fammi vedere questo Sex and the city” e nella mia testa Eros Ramazzotti cantava “ti sposerò perchè”. sono mio padre e mia madre un bacio in testa prima del sonno un altro prima di partire. Non c’è mai stato arrivo senza un bacio, mai una partenza senza la vostra mano che diceva ciao dal balcone. Io le famiglie che non si abbracciano e non si baciano fino ad avere la gola arsa non le capisco. E sarò sempre in imbarazzo con quel mio amico che io quando lo vedo vorrei abbracciarlo e dargli tanti baci, lui invece è tronco di roccia in visita dal commercialista. Ma queste forse, sono cose del nord. le parole che ho detto chissà quante ancora devono venire. E mi tremano le dita ogni volta che entro in questo posto qui, apro l’editor di testo e alla fine tutto ciò che voglio, e poi non faccio, è cancellare. Ma questo posto è una promessa fatta a qualcuno che era così importante da meritare una promessa per tutta la vita, anche ora che di quella cosa bella mi è rimasta solo la negazione. strette tra i denti risparmiano i presenti immaginate sentite o sognate spade fendenti al buio sospirate perdonate dal palmo soffiate.

Londra, cimitero di Highgate

Londra, cimitero di Highgate

Posted on Nov 27, 2016 in Canto meglio di Apicella | 2 comments