C’era quella foschia fitta fitta fitta delle 2 del pomeriggio, c’era il sole dell’autunno e la città si colorava di arancione. Gli alberi stavano perdendo il vigore della stagione estiva e le strade si riempivano di foglie dalle forme geometriche così nette, ma così nette e belle che taluni passanti allungavano il passo pur di non calpestarle. Le signore avevano preparato i tortellini della domenica e i bambini si preparavano al riposo prima del gioco. Gli adulti restavano nella sala con la tv che proponeva il varietà e le magie di Giucas Casella con un occhio sempre puntato ai risultati del campionato, la tovaglia ancora stesa, le pieghe dei lembi ancora perfettamente stirate e ordinate, al centro briciole di pane e i bocconi mai mangiati delle creature in festa per quel giorno di riposo che era casa, famiglia, dolci ed educazione al vizio del settimo giorno. Le domeniche che dieci anni dopo avrebbero odiato e vent’anni dopo rimpianto. C’era il profumo delle case la domenica, il limoncello la grappa e l’amaro per il bis di tenerina, “hai il nocino?” qualcuno chiedeva, e lo zio scendeva di volata quattro rampe di scale per fornire al rivale concognato l’estratto di San Giovanni, “quest’anno mi sono superato” diceva e la sorella guardava il marito in attesa di quell’approvazione a cui dopo dieci anni di matrimonio sperava ancora. I bambini allora si svegliavano dal sonnellino, si stropicciavano gli occhi e i grandi, inteneriti e storditi dal bicchiere sempre pieno, mettevano da parte i contrasti familiari, guardavano i bambini, li accoglievano sulle loro gambe, poggiavano i gomiti sul tavolo di briciole e gocce di vino e si imponeva la quiete, i baci, i sorrisi e la paura che quel momento non sarebbe mai stato lungo abbastanza per dirsi sazi e capaci di una nuova settimana.

Posted on Nov 3, 2015 in L'Italia è il paese che amo | 0 comments