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carte da decifrare

Apro un libro e a caso scelgo una pagina da leggere. Una sola. Leggo delle cose molto belle, due persone che si incontrano e si condividono per la durata esatta di una pagina che, ad occhio, non dura più di cinque minuti. Dieci se ci sono parole che non conosco e devo andarmele a cercare. Credo allora che quella pagina sia un buon motivo per acquistare quel libro con la garanzia di potermi regalare serate molto belle e racconti di speranza. Perché è a questo che servono le storie, per quella possibilità di regalarci mille vite che probabilmente non vivremo mai ma che ci danno la speranza che si, si può vivere altrimenti e questo credo che dovrebbe essere un dovere. Tornata a casa comincio a leggere bramando l’arrivo di quella pagina quando lui, timido ed impacciato, si cimenterà ai fornelli con il solo obiettivo di piacerle e lei si sentirà lusingata al punto da sentire di aver sanato il credito che la vita le doveva. I due si accomodano sul divano e con un bicchiere di vino tra le mani si raccontano di quella volta che, prima dell’amore, c’era la sorpresa nell’aver incontrato qualcuno con cui star bene. E poi i baci, i tantissimi baci, l’anticamera di un letto pronto ad accoglierli e farli sentire, finalmente, bene. Le mani che si toccano, il non averne mai abbastanza, il caffè la mattina, i capelli arruffati, il sole che scalda, il saluto rimandato dieci o venti volte, un bacio e un bacio ancora. E allora penso che quel libro sarebbe dovuto finire esattamente in quel momento, e invece no, il libro continua e non ci sono più baci, non ci sono più carezze, il passato torna e con lui anche la paura, una pagina non fa primavera, una notte non basta a portare buoni frutti. Lui la allontana, lei glielo lascia fare. Alla fine di quel libro non so se ci voglio arrivare. I romanzi rosa si concludono con due che si amano e vivono un lieto fine, certi romanzi invece sono storie consumate da anni e anni vissuti senza aspettarsi niente che non sia l’inverno.

Posted on Mar 24, 2015 in Si contenga! | 0 comments

anna e marco

Anna e Marco erano a quel punto di una storia in cui dopo l’amore era bello parlare per scoprire ciò che l’uno poteva mettere nella mano dell’altro.
Anna aveva deciso di accoglierlo con sincerità, raccontando a Marco ogni singola traversata oceanica, ogni viaggio incompiuto, ogni reazione ad ogni singola emozione. “Giù le mutande” gli aveva detto e poi risero insieme e tanto perché in quel momento nudi lo erano già e quel diktat di verità aveva tutto il sapore della loro ironia. Anna raccontava a Marco dei mesi in cui erano vestiti e lavoravano fianco a fianco, di come si sentiva bene con lui e solo con lui e di tutte quelle volte che erano soli e lei pensava che soli loro due stavano benissimo. Marco ascoltava e teneva stretta Anna nelle sue braccia forti che manco le sequoie di Yellowstone, lei abbassava lo sguardo e nel frattempo parlava e raccontava di lei, di lui. Con il cuore stretto in una mano consegnava a Marco la bellezza della verità, di quel giorno in cui una mattina si era svegliata tra le sue braccia e aveva cominciato a dare un nome alle cose. L’onestà che gli attribuiva, la certezza che con lui sola non sarebbe mai stata, il rispetto e mani così forti che strette fino a farsi male avrebbero tirato giù ogni muro. Anna riconosceva in Marco suoni e parole di chi le aveva lasciato una bellissima eredità umana e questa era la prima volta che succedeva. Marco ascoltava sorridendo e Anna pensava che due occhi così erano un mare aperto di sogni e felicità in cui lasciarsi andare. Nudi e vicini chiedevano all’altro cosa volevano essere, cosa volevano diventare e con la matita disegnavano insieme una linea intorno ai loro corpi per diventare invincibili e pronti a qualsiasi cosa. Nella creazione di una definizione a quel momento di verità e di baci e poi ancora baci e sempre più baci, Anna sapeva che per potersi dire felici era necessario che Marco sapesse e allora “giù le mutande” davvero, gli aveva detto, con la certezza che quel racconto sarebbe stato per Marco una spina dura a morire. A Marco batteva forte il cuore e aveva smesso di parlare e tra le lenzuola di quel letto sfatto Anna pensava che quella poteva essere l’ultima volta che si sarebbero visti, che la linea che stavano calcando si stava spezzando eppure non poteva fare altrimenti. Ma Marco era onesto e così onesto con sè stesso che quel racconto di una sera d’estate proprio non poteva accettarlo. Marco allora prese i pantaloni, si infilò la camicia e lasciò quel letto. Le diede un bacio sulla fronte e chiuse la porta. Anna aveva pagato il suo prezzo, Marco aveva deciso di lasciarla andar via. Nessuno li ha visti tornare tenendosi per mano.

Posted on Mar 13, 2015 in Giuro sulla testa dei miei figli | 0 comments