Un giorno ho conosciuto un tipo che in una scala da uno a dieci, e a voler essere veramente parecchio gentili, s’è beccato un 2. Ma solo perché un’oretta prima era riuscito a farmi un po’ ridere. Un po’, mica tanto.
Ora, voi giustamente vi chiederete cosa ha fatto per meritare un 2, che il 2 io non l’ho dato nemmeno a Pacciani, per dire. A domanda legittima e impellente io vi racconto una storia.

Era una fredda sera d’estate e io tornavo da una città bellissima a cui avevo affidato il cuore. No non tutto il cuore, un pezzettino, quel tanto che basta per sentirsi feriti nell’esatto momento in cui il custode di quel pezzettino non sa più che farsene. E’ evidente dunque come in quella fredda sera d’estate era necessaria una svolta utile alla cura di quel pezzettino dimenticato e incustodito.
Era un paesino di montagna, c’erano molte persone e anche molto belle, c’era la musica, uno spettacolo molto divertente e la birra, fiumi di birra, fiumi di vino, vodka in saldo e pure buona e nemmeno russa (il politicamente corretto non mi abbandona mai). Vittima di quel testo di Vecchioni per l’amico Guccini che ad un certo punto dice “e non c’è niente che non passi con il vino”, io quel verso l’ho preso un po’ troppo alla lettera e ad ogni mio dramma corrisponde sempre una sonora bevuta. Il fatto poi che la sonora bevuta sia sempre la risposta anche ai festeggiamenti, fa di me una persona che consuma alcol cinque giorni su sette. E no che non va bene, lo so benissimo che non va bene, “Anto così non va bene” mi disse la piccola Annina guardandomi consumare due bottiglie di vino, e all’epoca onestamente mi sembravano anche poche. Ora lo so che erano troppe, sono cosciente del vizio e dell’errore ma ci è voluta un’intera primavera e un’intera estate per arrivare a capirlo. Poi l’ho capito e anche se non ho smesso, sono sempre più cosciente del fatto che sta arrivando il momento in cui sarà necessario smettere. Se non altro perché da gennaio sarò disoccupata e non potrò più permettermi nulla che non abbia il sapore del Tavernello.
Autodenunce a parte, io quella sera ero triste e la vodka era parecchio buona. A fine serata, complice l’alcol, la rabbia e uno spettacolo che nelle intenzioni era di satira politica ma che in realtà aveva quel vago sapore democristiano che ci portiamo più o meno tutti addosso, polemizzai con un paio di signore lì presenti sulle evidenti pecche dei vipsss accorsi lì sul monte.
Era una serata fredda, ma così fredda che anche il cuore mi s’era gelato e i nervi erano tesi, tesissimi e mentre mi contraevo e digrignavo ogni parte mobile del mio corpo, la mia amica mi si presentò davanti con uno dei due vipsss in salsa democristiana: “chiedigli ciò che vuoi”. E io che in quel momento ero esattamente l’immagine di Nanni Moretti che ha bisogno di litigare con qualcuno, colsi la palla al balzo e gli piazzai un comizio biascicato alla vodka condito di bestemmie e critiche e giorni dopo mi hanno riferito di avergli detto “non mi prendere per il culo che t’ho capito”.
Il giovane, ma nemmeno tanto, vipsss ribatteva con calma e pacatezza e qualche stronzata l’ha detta e io ero uno tsunami di alcol e rabbia. Però proprio scema non sono e se la spari grossa sta pur certo che lo capisco. Il guaio è che mesi dopo, analizzando le reazioni di quella sera, mi sono chiesta se forse tra le stronzate era stato anche capace di dire qualcosa di sensato. Dopo un paio di minuti di rovinoso dubbio ho concluso la faccenda con un chissenefrega e bon, pensiamo ad altro.

E poi io stamattina sono arrivata in ufficio con la solita flemma che da qualche tempo mi accompagna, con le occhiaie che mi scavano la pelle separata dal nasone, gli occhi tristi, i capelli arruffati, la schiena gobba e credetemi quando vi dico che io manco in adolescenza mi sono vista tanto cessa. Accendo il pc, controllo la mail, un’occhiata ai social, un po’ di rassegna stampa e in attesa di fingere di fare ciò che devo fare, la solita sbirciata ai miei blog di riferimento, quelli senza i quali non possiamo dirci “buongiorno”. E allora leggo di qua, poi di là, e poi quell’altro e quell’altro ancora. E penso che è proprio tanto che non leggo il blog del vipsss socio dell’altro vipsss di cui sopra e corro a recuperare la colpevole mancanza. Niente, niente di nuovo, si ostina a fare altro nella vita ‘sto qua. E allora visto che mi piace leggere ciò che scrive e visto che stamattina ho bisogno di moltissima serenità e lui quando scrive mi rasserena, allora vado a ritroso e scelgo random dei vecchi post da leggere. Uh bello penso, qui parla del suo matrimonio e c’è anche la vignetta di Makkox, che bello. E il post rimanda al link del blog della sposa e io che per i matrimoni e le storie d’amore vado matta corro a leggere ciò che ha da dire la sposa del vipsss che mi regala momenti di serenità. Scopro allora che anche la sposa scrive, anzi scriveva, cose abbastanza simpatiche e leggendo leggendo leggendo scovo un post il cui titolo attrae subito la mia attenzione: “Post porno”. Post porno?? Genio, leggo subito. Il post è abbastanza carino ed esordisce con link esterno ad un suo amico un po’ blogstar. Ecco, io la parola blogstar non l’ho mai sopportata granché, vuoi per passati abusi vuoi perché non vuol dire proprio niente. Epperò curiosa so’ curiosa e allora andiamo a vedere di chi si tratta. Comincio a leggere e più leggo e più non riesco a fermarmi, poi arriva il capo che mi sorprende immersa nella mia lettura ma non mi importa, sono presa e niente e nessuno può fermarmi. Leggo di amori finiti, di storie divertenti, di amici da bar, di madri che curano i propri genitori, fotografie ingiallite, fotografie ricche di senso, una bellissima umanità dietro ogni singola parola scritta e da me letta e poi riletta. Si sono fatte le 11.30 e io non ho combinato ancora niente. Lasciatemi leggere, non ammorbatemi, zitti, state tutti zitti perché io possa immaginare una bellissima colonna sonora dietro quelle parole.
E nella lettura ho ignorato totalmente i contorni di quel template che mi avrebbero detto chiaramente il nome e il cognome dell’autore della mia lettura del mattino. Leggo leggo e trovo tra le parole del mattino il racconto di un blog che il tizio ha aperto con un suo amico e che sta riscuotendo parecchio successo. Goccia da manga giapponese perché è proprio del tizio di cui sopra che stiamo parlando, il socio di quell’altro, il bersaglio di una serata di rabbia e frustrazione, il vipsss di quella fredda serata di montagna e la mia testa che ondeggiava al ritmo di “che coglionazzo, che coglionazzo”. E voi non lo potete nemmeno immaginare quanto io sia riuscita a sentirmi in colpa per la rabbia di quella sera contro qualcuno che ha probabilmente un mondo bellissimo da poter raccontare.

Ciò che ho imparato da questa faccenda:
– anche gli stronzi hanno un cuore di panna
– non tutti gli stronzi sono stronzi sempre
– io delle persone non capisco una beata minchia.

Posted on Dic 5, 2014 in Culona inchiavabile | 0 comments