Le cose andavano piuttosto male e forse piuttosto non dava giustizia alla reale drammaticità degli eventi in corso. E Saturno contro ci si era messo di mezzo con tutto il suo entusiasmo, fermo lì tra la vergine e il leone come la cozza attaccata allo scoglio.
E allora capitava che dopo tanto trapassare e in assenza di soluzioni possibili, e non per incapacità no no, era proprio impossibile trovarne, allora capitava che l’interruttore si fermasse su quell’off per due, tre e qualche volta anche quattro minuti. Il mondo si fermava e i soccorsi arrivavano puntuali. Non era mai sola in quei mesi là di drammi psicomedicali, il telefono non smetteva di squillare e alla fine ci si rideva su abbondantemente scommettendo su chi e a che punto della giornata si sarebbe consumato lo spegnimento.
Erano fiati corti, sale sotto la lingua, gambe in alto e tenetele il busto per farla respirare. Liquirizia, banane, frutta secca, il mondo si fermava e poi ricominciava e si portava dietro quel subbuglio di fatiche emotive a cui pareva non esserci soluzione.
Erano mesi in cui per la prima volta sentì un profondissimo senso di tenerezza che l’abbracciava, c’erano molte mani in quei mesi pronte a sollevarla e aspettare che il suo mondo, quasi sempre sbagliato, ricominciasse a girare.
Sono passati tre anni dall’ultima volta che il mondo è diventato buio per quella manciata di minuti necessari alla ripresa, che poi ripresa non era. No ma quale ripresa? Come se fosse possibile fermarsi e riuscire a capire che tutte le braccia del mondo non sarebbero bastate per fermare l’irreversibilità della vita. Come se fosse possibile nascere con geni capaci di accettare il dolore, la paura. Pretendeva troppo e in assenza di capacità la soluzione più accettabile al momento era spegnersi.
Dicevo, sono passati tre anni dall’ultima volta che e oggi, in un autunno di tanta tenerezza e Saturno contro, l’unica soluzione possibile è esattamente quella che si vuole rifiutare. Off, di nuovo, con una forza pazzesca e sei paia di braccia che non bastano a rimettere in piedi 52 chili di basta, è la stanchezza ad aver vinto la guerra.
E allora come si fa a capire come dove perché quando e per chi esiste la parola resilienza?
E invece basta poco, basta pochissimo, un pranzo e un estraneo, la certezza che tra i tanti no è necessario ogni tanto lasciar passare un si, e con il si un cuore aperto e le pance piene che con la pancia piena si pensa meglio e un bicchiere di vino non basta ma ce lo faremo bastare.
E’ bastato davvero poco, pochissimo, per dare colori nuovi ai giorni tristi, ad accettare il dolore di giorni per i quali non c’è giustizia né logica. E’  bastata la certezza di una possibilità a rendere quei 52 chili più leggeri, la certezza che prima o poi Saturno contro cambierà mire, la scoperta della parola “resilienza” che apre la strada a giorni e mesi diversi di scelte e promesse, e poi i sorrisi di due zinnone ferraresi, il riso gentile di un bellissimo brianzolo e l’attesa di un uomo meraviglioso che a breve busserà alla porta.
Sulla resilienza c’è ancora molto da capire, ma oggi possiamo dirvi con certezza che basta davvero allungare un braccio per avere mani pronte a spingere ogni volta che cadendo il cielo sembrerà troppo lontano. E funziona, cazzo se funziona.

Posted on Ott 16, 2014 in Giuro sulla testa dei miei figli | 0 comments