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ma-trimoni

Pochissime cose odio fare nella vita: lo shopping e andare dal parrucchiere. Il guaio è che il più delle volte sono costretta a fare entrambe le cose in vista dell’ennesimo matrimonio a cui sono invitata. Che a me i matrimoni piacciono perché io ai matrimoni mangio sempre tantissimo e alle strafighe mise matrimoniali io preferisco sempre dei vestitini carini che hanno la subdola caratteristica del “nascondipanza” così che ai matrimoni quando tutte quante voi smettete di mangiare onde evitare di far saltare i bottoni, io continuo indisturbata a far razzia di ogni bendiddio sotto i vostri occhi che si chiedono “ma come fa?? comeeee fa?”. E poi ai matrimoni ci sono i frutti di mare crudi e io che ho nel curriculum sanitario anche un ricovero per intossicazione da cozze pelose, ho imparato che la vita è troppo breve per non godere dei frutti che il mare ci regala con così tanta abbondanza.
Ma torniamo alle cose che odio.
Lo shopping appunto, è cosa nota, proprio non mi riesce. Le commesse sono rinomate per la loro invadenza e i “ma ti sta così beeeeneee” e io lo so, perché lo so, di non essere ancora del tutto sformata, ma riconosco i limiti di chi non è mai stata una super figa e non s’è mai nemmeno troppo sforzata per diventarlo, quindi ai “ma ti sta così beeeneee” di solito rispondo con un “signorina non ho bisogno di lusinghe, faccio da sola”, con moltissima vergogna dell’ennesima persona che con una palla di ferro attaccata al piede decide di accompagnarmi.
E poi ci sono i parrucchieri, che poi in realtà è il parrucchiere che alla modica cifra di ventiseieuroecinquanta da circa 8 anni si dedica al mio solito taglio e piega.
Sempre lo stesso e anche qui, la scelta non è per niente casuale, perché il mio parrucchiere di fiducia è esattamente sotto casa mia, stesso portico, il portone a fianco, così che una volta pagato io posso correre a casa ad aggiustare l’ennesima fonata alla Dalidà con cui loro sono convinti di farmi felice. In più fanno lo sconto studenti e anche se io studentessa non lo sono più da un pezzo, loro questo non lo sanno e in questa città un badge universitario ti apre ad un mondo di ingressi ridotti che voi proprio non lo potete immaginare.
Ora, il guaio è che se le commesse sono scelte in base a quante stronzate riescono a mettere insieme in mezz’ora, i parrucchieri sono scelti in base alla loro capacità di trovare sempre nuovi argomenti di discussione. No vabbè, uno mo’ non è che va dal parrucchiere nella speranza di risolvere la crisi in Medio Oriente, ci mancherebbe, ma nemmeno per sentir parlare delle sue vacanze estive perché onestamente delle sue vacanze estive non me ne frega proprio un cazzo. E non c’è verso di fargli capire con gentilezza che hai altro da fare, non c’è smartphone o libro che tenga, no no, loro riusciranno sempre a raccontarti di quella volta che ad Igea Marina hanno mangiato benissimo “ma diobò che salasso per le mie tasche”.
E va bene, ho capito, però intanto hai mangiato e quindi vivi contento e lasciami la possibilità, per una volta, di non dover essere per forza cortese.
Il fatto poi che una volta tornata a casa mi arriva l’ennesima telefonata di chi mi chiede “e quindi al matrimonio vieni sola o accompagnata”, contribuisce ad un vorticoso tsunami di roteanti palle già abbondantemente messe alla prova.

E poi arriva lui, splendido, il tappeto rosso si srotola ed eccolo pronto ad offrirti tutto il senso della comprensione umana al suono di “toh fuma”.

Dunque io ora vado in Puglia a fare l’invitata ai matrimoni, però torno eh.
Io vado, io vado eh, ciao sto andando, vado via proprio adesso, ehi ehi ciao, vado ora, ciao però eh, ah si si però vado, ciao eh, ciao.

Posted on Ott 22, 2014 in Giuro sulla testa dei miei figli | 0 comments

resilienza fa rima con resistenza

Le cose andavano piuttosto male e forse piuttosto non dava giustizia alla reale drammaticità degli eventi in corso. E Saturno contro ci si era messo di mezzo con tutto il suo entusiasmo, fermo lì tra la vergine e il leone come la cozza attaccata allo scoglio.
E allora capitava che dopo tanto trapassare e in assenza di soluzioni possibili, e non per incapacità no no, era proprio impossibile trovarne, allora capitava che l’interruttore si fermasse su quell’off per due, tre e qualche volta anche quattro minuti. Il mondo si fermava e i soccorsi arrivavano puntuali. Non era mai sola in quei mesi là di drammi psicomedicali, il telefono non smetteva di squillare e alla fine ci si rideva su abbondantemente scommettendo su chi e a che punto della giornata si sarebbe consumato lo spegnimento.
Erano fiati corti, sale sotto la lingua, gambe in alto e tenetele il busto per farla respirare. Liquirizia, banane, frutta secca, il mondo si fermava e poi ricominciava e si portava dietro quel subbuglio di fatiche emotive a cui pareva non esserci soluzione.
Erano mesi in cui per la prima volta sentì un profondissimo senso di tenerezza che l’abbracciava, c’erano molte mani in quei mesi pronte a sollevarla e aspettare che il suo mondo, quasi sempre sbagliato, ricominciasse a girare.
Sono passati tre anni dall’ultima volta che il mondo è diventato buio per quella manciata di minuti necessari alla ripresa, che poi ripresa non era. No ma quale ripresa? Come se fosse possibile fermarsi e riuscire a capire che tutte le braccia del mondo non sarebbero bastate per fermare l’irreversibilità della vita. Come se fosse possibile nascere con geni capaci di accettare il dolore, la paura. Pretendeva troppo e in assenza di capacità la soluzione più accettabile al momento era spegnersi.
Dicevo, sono passati tre anni dall’ultima volta che e oggi, in un autunno di tanta tenerezza e Saturno contro, l’unica soluzione possibile è esattamente quella che si vuole rifiutare. Off, di nuovo, con una forza pazzesca e sei paia di braccia che non bastano a rimettere in piedi 52 chili di basta, è la stanchezza ad aver vinto la guerra.
E allora come si fa a capire come dove perché quando e per chi esiste la parola resilienza?
E invece basta poco, basta pochissimo, un pranzo e un estraneo, la certezza che tra i tanti no è necessario ogni tanto lasciar passare un si, e con il si un cuore aperto e le pance piene che con la pancia piena si pensa meglio e un bicchiere di vino non basta ma ce lo faremo bastare.
E’ bastato davvero poco, pochissimo, per dare colori nuovi ai giorni tristi, ad accettare il dolore di giorni per i quali non c’è giustizia né logica. E’  bastata la certezza di una possibilità a rendere quei 52 chili più leggeri, la certezza che prima o poi Saturno contro cambierà mire, la scoperta della parola “resilienza” che apre la strada a giorni e mesi diversi di scelte e promesse, e poi i sorrisi di due zinnone ferraresi, il riso gentile di un bellissimo brianzolo e l’attesa di un uomo meraviglioso che a breve busserà alla porta.
Sulla resilienza c’è ancora molto da capire, ma oggi possiamo dirvi con certezza che basta davvero allungare un braccio per avere mani pronte a spingere ogni volta che cadendo il cielo sembrerà troppo lontano. E funziona, cazzo se funziona.

Posted on Ott 16, 2014 in Giuro sulla testa dei miei figli | 0 comments