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chiamami ancora “darling”

Il mio farmacista è un uomo meraviglioso.
Io quando entro nella mia farmacia di fiducia vengo sempre accolta da sorrisi e “ma buongiorno”, “ma buonasera”, “ciao bella come stai?”, “eh, come sto” rispondo io “se son qui proprio bene non sto”.
E anche il mio farmacista mi vuol bene perché dalla mia richiesta di aiuto al suo trovare la soluzione migliore per il mio malessere ci passa poco, pochissimo tempo.
E visto che il mio farmacista mi conosce da 8 anni e di fatti e abitudini mie personali ne sa più delle mie sorelle, i nostri dialoghi si condiscono sempre di ricordi di “quella volta che”.
Come quella volta che, appunto, mia sorella corse in farmacia per i miei drammi febbrili e al buongiorno seguì un “ah ma tu sei la sorella, ah ma come sta? ah poverina” e la sorella rimase incredula di fronte a cotanta confidenza e profondissima conoscenza di ciò che mi fa bene e ciò che mi fa meno bene, di ciò che con me funziona e ciò che con me è solo placebo e quindi funziona comunque.
Il mio farmacista ieri all’ennesima richiesta di aiuto mi ha puntato il dito ammonitore e mi ha detto “datti una regolata” e io, che al farmacista voglio proprio tanto bene, sono tornata ragazzina alle medie quando il professore giudicava il mio non essere mai abbastanza. Sguardo basso e mortificazione, umiliata sull’abc della farmacologia che ad una cosa così anche un bambino di 5 anni ci sarebbe arrivato, io che da piccina non perdevo una puntata di Medicina33 ed Elisir e chiedevo sempre a mamma di poter ordinare il cumulo enorme di medicine che in casa Pascale riempivano gli armadi. E invece no, sono distratta, intelligente ma non si applica, ho dimenticato le basi, pago e vado via e facciamo presto perché l’umiliazione è troppa. Troppa.
E un attimo prima di lasciare il bancone sento in lontananza qualcuno che mi dice “riguardati tesoro”. Alzo lo sguardo e riconosco i suoi occhi blu che mi guardano sorridenti.
A me tesoro in quel modo là non me lo dice più nessuno e quanto mi manca lo so solo io.
E sono tornata a casa sul mio leggero cuore di panna.

Posted on Set 26, 2014 in Giuro sulla testa dei miei figli, Si contenga! | 2 comments

unforgettable, in every way

In un giorno di settembre Antonellina decide di fare una gita fuori porta, in un borgo sperduto della campagna emiliana che corre verso la Romagna, e ci va perché là fanno tutti gli anni una rievocazione medioevale con indigeni vestiti con corsetti e tuniche e cappelli, eretici che ti servono castrati e boia che ti chiedono se hai fatto qualcosa per cui meriti di essere decapitata. E Antonellina avrebbe voluto dire che si, che in effetti di cazzate ne ha collezionate abbastanza per potersi dire umana ma è anche vero, e lo sa bene ormai, che da quelle cazzate è sempre risorta.
Antonellina beve e magna e chiacchiera e ad un certo punto arriva Raffaella Carrà e “lui è quiiiii”. Applausi applausi dal pubblico, in alto i bicchieri, lui è qui, “ma quindi esiste davvero” dice il pubblico, “eccerto che esiste, non lo vedete?”. E il pubblico, che dai racconti di Antonellina identifica lui come quello delle birre e delle bestemmie e dei discorsi sull’organo sessuale maschile, è incredulo almeno quanto lei di quell’incontro in un borgo sperduto e cazzo se è sperduto. Il fatto poi che lui fosse vestito da eretico e con un imbuto che gli forniva il necessario e quindi alcol, ha dato conferma al pubblico che proprio di lui trattasi e che non potrebbe essere che lui il tizio che quando si ferma nella city Antonellina annulla qualsiasi impegno e comincia ad essere contenta già dal giorno prima.
E se pensate che questo incontro possa bastare per colorare di rosso il giorno sul calendario, non avete assolutamente idea di quanto possa essere meravigliosa la vita di Antonellina.
Perché poi succede che Antonellina cammina gloriosa e sorridente e rispunta Raffaella Carrà che dal palco urla di nuovo e il pubblico non ci crede e non ci può credere, perché lì in quel buco di culo di mondo, in mezzo ad una folla di santi bevitori spuntano come funghi dal passato i ricordi di dieci anni fa, di serate e giornate a Bologna che sembrano passati mille anni eppure non sono mille, sono dieci, solo dieci, però sono tanti dieci anni fa. Sentite che suono fa “d-i-e-c-i-a-n-n-i-f-a”.
Abbracci a profusione, il pubblico sbigottito, la Carrà bionda d’emozione.
E dopo dieci anni loro sono ancora insieme e quanto amore c’è, quello che chiamavi Pierpa ma che in realtà si chiama Massimo è diventato padre, Miccio ha ancora molti capelli ricci e il pubblico sgomento ti chiede come fai Antonelli’, come cazzo fai a ritrovare ovunque pezzi di assoluta bellezza.
“Vorrei ringraziare il mio pubblico però ora zitti tutti, è il momento del ballo” risponde Antonellina. E dalla regia mandano cumuli di stelle cadenti e petali di margherite.

Posted on Set 20, 2014 in Canto meglio di Apicella | 0 comments

il cuore è una cozza

Io credo alle coincidenze, a quel modo talmente intimo di sentire le cose che riesce ad espandersi al punto che quello che era solo un desiderio diventa improvvisamente reale.
Per esempio, e racconto il raccontabile perché i fatti miei restano comunque fatti miei, giovedì pomeriggio pensavo che io di Tondelli non ho mai letto niente e che peccato, perdo tempo, perdo moltissimo tempo. E io, meridionale trapiantata a Bologna da dieci anni, so che se davvero voglio diventare il sindaco di questa mia city debbo per dovere di conoscenza e riconoscenza far mio ogni angolo di bellezza, bruttura, profumi, puzze e sapori del posto che devo governare. E quindi Tondelli, respiro cittadino di quest’anima contadina.
Pensavo che alla fine della pila di libri che ho di fianco al letto, prima o poi si sarebbe imposto un Tondelli. Troverai un’offerta, mi dicevo, o come più spesso capita, ci sarà qualcuno che un giorno deciderà di regalarti l’ennesima possibilità di rendere un giorno qualsiasi un giorno più bello. L’11 settembre ho compiuto 29 anni e tra i tanti regali inaspettati mi è arrivato quel Tondelli che solo poche ore prima avevo scelto come prossimo capriccio.
Io so che si vive di bellezza e a muso duro e con i denti stretti mi sono imposta una scelta. Riconoscere o non riconoscere.
E io mi sto allenando alla bellezza, per ogni giorno in cui tra il vedere e il non vedere c’è sempre un’occasione persa.
E, per esempio, succede che ferragosto a Torino è una pagina che dice:

La mattina è arrivata chiara e brillante. “Ti farò dei ritratti oggi Zinnia”. Il sole del Messico, ho pensato, rivelerà ogni cosa. Parte della tragedia della nostra attuale vita potrebbe venire catturata, niente si può nascondere sotto questo cielo crudele e senza nubi. Si è appoggiata contro un muro bianco. Mi sono avvicinato…e l’ho baciata. Una lacrima è scivolata giù sulla guancia e allora ho fermato quel momento per sempre”.

E io a questa frase devo averci pensato proprio tante volte per far sì che di lì a poco meno di un mese di quella frase mi sia stato regalata buona parte del suo contorno. E Marco non lo sa perché di noi ancora abbiamo tanto da scoprire, ma quel libro là è la conferma che siamo all’inizio stupendo di un’amicizia stupenda.
Ed è una magia tornare a casa e sentire che non ci sono assenze né distanze che possano dirsi eterne.
C’era una busta nella cassetta della posta e la certezza aprendola che al suo interno avrei trovato pezzi di un tempo di grande bellezza.
Eravamo abbracci, mani, giochi e baci baci baci e quanti baci ci siamo dati.
Oltre il Po, oltre le Alpi, lassù a Parigi e sul colle di San Luca, in via San Vitale e in Azzo Gardino, per quel biglietto in cui c’era la promessa di non lasciarmi mai sola, che con i miei tre ometti tutti speciali avrei vinto battaglie su battaglie e nella fatica ristoro e braccia pronte a tenermi.
E il desiderio che non hai bisogno di raccontare arriva là dove c’è un cuore capace di ascoltare e sentire. I cuori si riconoscono e si avvicinano anche quando sanno che il tempo della condivisione si accorcia e sai che è giusto così.
È una magia, perdio se lo è.

Ditelo alle zie che sto bene. Diteglielo dai.

Posted on Set 19, 2014 in Torno perché avete bisogno di me | 0 comments

like a rolling stone

Dieci anni a Bologna.
Esattamente dieci anni a Bologna.
Mesi fa il proprietario di casa mi ha detto “sei arrivata che eri una bambina e ora sei una donna”.
Ed è strano perché io donna in quel senso là proprio non mi ci sento e lui che con quelle telecamere dentro e fuori il palazzo vede tutto e sente tutto e ad ogni puntuale incontro mensile non esita a sottolineare “quella sera che” “fai sempre tardi” “ti sei fatta il moroso” e un mucchio di altre cose spesso imbarazzanti, dovrebbe sapere che io vivo ancora una vita da matricola fresca fresca nella city.

Antonellina a Bologna è casa per tutti. Lo so, lo so bene.

Posted on Set 16, 2014 in Scendo in campo | 0 comments

chiedimi se sono felice

Chi non ha voluto non ha voluto.
Chi è ad un passo dai sogni ha fatto cento passi indietro.
Chi ha voluto è riuscito a superare i sogni. Siete stati gioie, regali, sapori, abbracci e stretti stretti vi avrei tenuti tutti a me.
Ho pianto? Certo che ho pianto.
Con voi? Matti, io non piango mai.
Cos’è il compleanno? E’ quel giorno in cui avvengono le consacrazioni.
Ho una salentina nel cuore e paisà non me ne vogliate, ma oggi io ho avuto l’abbraccio di quella cosa che tutti chiamano casa e che io invece misuro in 50 chili di bellezza. 

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Posted on Set 12, 2014 in Scendo in campo | 0 comments