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signore senza gonne

“Signora mia ma che freddo fa?”
E mentre nella mia testa risuonava quel motivetto di Nada che mi piace tanto rispondo che si è vero, un luglio così non s’è mai visto. E aggiungo “signora cara, è da un mese che esco di casa con l’ombrello in borsa” e lei “ah certo signora mia, l’ombrello in borsa ci vuole sempre”.
E vaglielo a spiegare che fino a novembre 2013 io l’ombrello nemmeno ce l’avevo e che se ora ce l’ho e me lo porto sempre dietro è perché la signora Luisa, super mamma altoatesina e spacciatrice di bellissimi libri, mi ha insegnato che nella vita occorre dotarsi di precauzioni per evitare di finire malati. Le mamme fanno questo di professione, ti propongono una strada alternativa a quella che tu hai intrapreso, poi puoi scegliere però loro son lì pronte con la soluzione che non accetti ma poi, e succede perdio, ripensi a ciò che ti hanno detto e finisci per dar loro ragione da vendere e medaglie d’oro che l’oro più bello non basta. Quando poi ai buoni consigli associano pranzi e cene condite d’amore che di quell’amore assorbi tutto per riuscire a farne scorta nei periodi di magra, allora il valore è doppio e sai che la medaglia d’oro proprio non basta per dare merito a quel valore umano che nei mesi ti porti addosso.
Ogni giorno ce n’è una, ogni giorno c’è un incontro assolutamente casuale, ogni giorno sulla strada verso l’ufficio c’è il signore della casa di riposo con le sue Marlboro rosse che a forza di vedermi sfrecciare su via Pizzardi ha cominciato a far cenno con la mano in segno di saluto. Poi c’è la ragazza fricchettona con cui ci lanciamo sguardi da “ancora tu ma non dovevamo vederci più”. E poi c’è la badante filippina, o coreana non lo so per me sono tutti uguali (cit.), che accompagna la vecchina bolognese che inveisce contro le nuore e a forza di vederci tutti i santi giorni ha cominciato a sorridermi come se in quel sorriso ci fosse moltissima invidia per me che invece sento solo il suono di ciò che voglio sentire. Poi c’è il signor Andrea con il quale dopo aver ricordato Pertini e la tolleranza dei fumatori rispetto ai non fumatori, ha deciso di presentarsi e ogni volta che esco in terrazzino a fumare lui passa di lì e “ciao Antonella” “ciao Andrea” “stai bene eh” “stia bene anche lei”. E poi ci sono i moniti del panettiere/verduraio/salumiere che “va là, io son qui che butto il rusco tre volte al giorno e te sempre lì con la paglia” e io “bhè, almeno ci salutiamo”.
Ah ah ah, che carina Antonellina che incontra, dice, fa, saluta e poi se ne va.
Il fatto poi che il più delle volte io sia chiamata signora anziché signorina, o cinnazza o bella bambina alla fine non mi disturba nemmeno tanto.
È strano, perché io proprio non me lo ricordo il momento in cui da signorina, cinnazza o bella bambina son diventata signora. Ecco appunto, esattamente in quale momento avete smesso di considerarmi Antonellina e avete cominciato a chiamarmi signora? Ecco io questo passaggio me lo sono proprio perso e bravo chi lo sa, birra pagata e molte grazie.
Signora per me è la signora Luisa, quella delle precauzioni per intenderci, lei che è signora perché saggia, madre di famiglia e che famiglia, sorridente e severa all’occorrenza, efficiente ed efficace, donna moglie e amica, garbo gentilezza e intelligenza che una come lei a Gaza avrebbe risolto tutto nel giro di due giorni.
La signora Luisa non lo sa ancora ma quel discorso lì dell’ombrello come precauzione per non farsi male, io ce l’ho segnato sull’agendina dei pensieri giusti e ad oggi, che di male ne ho avuto quanto basta per sentirmi dalla parte del giusto e non del fortunato quando mi succede qualcosa di bello, è ciò che mi porta ad affrontare con serenità la possibilità di scegliere.
Farsi del bene o farsi del male. Tracciare quella linea di demarcazione tra il giusto e lo sbagliato, portare avanti con dignità la bellezza dei propri pensieri e delle proprie paure.
Signora Luisa, tu che cammini veloce verso le tue montagne dammi il tempo di riprendere fiato e poi aspettami lassù in cima, la Signora Antonella arriva. Eccome se ci arriva.

L'arte della gioia

L’arte della gioia

Posted on Lug 31, 2014 in La patonza deve girare | 0 comments

ctrl+s

Taglia, incolla, ritaglia, sfuma, pixel dopo pixel, pugni nella pancia uno dopo l’altro. Sfumo e con il mouse ti accarezzo.
Sei bella, sei ancora molto bella.

Grazie a te che mi hai teso la mano e ti sei offerto di farlo per me. Che bella sorpresa sei.
Però no non devi ma grazie, perché sei stato la carezza che oggi non ho avuto.

Posted on Lug 30, 2014 in Canto meglio di Apicella | 0 comments

tutto l’amore che c’è

È la fine, lo so che sta arrivando. Conosco quegli sguardi, dalla cura all’accanimento ci passa quel “basta non ce la faccio più” che non vogliono ascoltare. Eppure basterebbe così poco per dare alla fine quel senso di dignità che con fatica e sudore si è conquistato.
Prendo un foglio bianco e ci scrivo i miei desideri di morte cosciente che quell’ammissione significherà nel poi notti straziate e pugni e calci tra testa e cuore. La vita non vince se non c’è nessuno dall’altro lato disposto ad ascoltare e ad accoglierla come inizio e fine di tutto. Ti tengo le gambe, faccio scorta di cuscini, ti tengo. Ti tengo ti tengo a me. Prendo l’olio, strofino con tutta la forza che ho, no non urlare non voglio ascoltarti, smettila, sei una madre, ti tengo perché fino a che ci sarò io a tenerti potremo volare. Non puoi più scegliere, ora ci sono io a scegliere per te per far sì che il cerchio si chiuda in quell’area di bellezza d’amore con cui hai contornato l’esistente.
Su quel foglio bianco c’è il basta, l’egoismo per amore, la volontà di chiudere quel cerchio, hai dato così tanto al mondo che ti prometto che da quando te ne andrai fino a che me ne andrò vivrò con la certezza che in qualsiasi battaglia che comincerò sarà la gentilezza e il garbo a vincere su tutto, vivrò con te ad un passo da me, con quel tuo modo di accarezzare e la risata sguaiata di chi ha trovato sempre il sole anche di notte.
Ti do un bacio, senti che bel bacio ti ho dato, ne vuoi un altro? Non smetto lo sai però ora ascoltami quando ti dico che ci penso io a te, che no non ti mollo e scusa, avrei voluto fare di più, non ci sono sempre stata, non ci sono stata quasi mai, però quando non c’ero ho compiuto battaglie epocali tra testa e cuore sicura che per ogni successo ci sarebbe stata la tua felicità.
I figli ascoltano più di quello che i genitori credono, a volte negano per quei ruoli dai quali non vogliono uscire ma quando arriva il dolore tutto si colora di verde, è il verde della speranza e del tuo viso straziato, è il verde delle tue mani che smettono di tenermi e allora io continuo a tenerle ma tu stringi, stringi più forte e poi lasciami andare. Sono pronta, lo so fare, magari non subito ma il tempo ci rimetterà nel palmo della mano tutto l’amore di cui abbiamo bisogno.
Vedo farfalle colorate che riempiono la stanza, non c’è buio dove ci sei tu, dove ci siamo noi, abbiamo avuto ombre dietro le quali ci siamo riparati ma con i denti stretti abbiamo soffiato le nebbie e abbiamo ritrovato le farfalle. Volano mamma, volano farfalle in mezzo a noi e stringi ancora i denti, è quasi finita.
Mancano solo dieci giorni e no, stai tranquilla, non smetto di tenerti le gambe.

È solo un anno, cerco forza e coraggio nelle braccia di chi anche solo per un attimo è disposto a tenermi le gambe ma dura poco mamma, dura pochissimo e le farfalle vanno via. Vanno tutti via mamma, gli abbracci non durano abbastanza per riuscire a diventare lacrime. Non resta nessuno, la bellezza se la porta via il vento e quelle carezze e quel bacio sulla fronte non tornano più.

A Davide per la sua mamma

Posted on Lug 27, 2014 in Giuro sulla testa dei miei figli | 0 comments

cose di casa

Casa è approfittare di qualche minuto libero per chiamare qualcuno che non senti da due giorni per sapere come va.
Casa è quel qualcuno che ti chiede “come lo hai saputo?” e al tuo “cosa?” ti dice “te l’hanno detto Valeria o Roberta”. No cuore mio, non mi hanno detto niente ma cosa, io volevo solo chiamarti per raccontarti la bella notizia che poi è sfumata ma ero felice e volevo solo dirti che.
E allora si, capisco che tu sei casa quando ho la nettissima percezione che in quel momento è giusto chiamarti. Come le mamme, come la tua di cui mi parli sempre e le mamme, cuore mio, sono sangue fatica e amore. Noi lo sappiamo.
Casa è quando rimani sveglia fino a tardi a consolare i pianti della tua piccina che torna a Bologna e ti racconta della fatica che sta facendo per amarsi e sentire in sé tutta la fierezza dei suoi passi.
Casa è avere l’urgenza di far sapere a lui, sostanza e spalla da enne anni, che sei triste e magari colori il magone con la leggerezza che lui da te si aspetta ma lui lo sa che hai bisogno di lui però non può, però va bene, e no non va bene ma piuttosto che niente è meglio così.
Casa è chi ti accompagna a casa e ti abbraccia e dopo averti dato della borghese ti saluta con “ciao Pasca’”.
Casa è la sveglia del mattino che ti dice “Antonelli’ sveglia, alzati, non è che ora chiudiamo la telefonata e ti riaddormenti”.

E si, sono giorni brutti brutti brutti, ma datemi un angolo di pace e da domani ricominceremo a scalare la montagna.

Posted on Lug 24, 2014 in Giuro sulla testa dei miei figli | 4 comments

bella a bel air

Ogni volta che torno a Bel Air succede sempre qualcosa di molto bello e che appunto su fogli sparsi per far sì che fra tre, quattro o dieci anni mi ritorni dentro gli occhi tutta la bellezza di cui ho goduto.
Oggi tornando da Bel Air su un carro bestiame che qualcuno chiama “treno”, ma boh valli a capire a me sembrava proprio un carro bestiame ma tant’è, mi sono accorta che quello che doveva essere il mio week end in solitaria di cui avevo proprio proprio bisogno, s’è trasformato nel week end “Parla con Antonellina”.
Il bagnino e il suo sogno di continuare a fare il bagnino perché “ah dio bò qua di gnocca se ne vede così tanta che ti basta per tutto l’inverno”, la signora della crema solare convinta che la giovane donna della city abbia bisogno di occhialini protettivi per il sole, il motociclista e “signorina che me lo tiene il casco?” “signorina mi scusi ma oggi fa veramente caldo” “signorina lei non deve avere proprio niente di meglio da fare che dare una mano a me” e io seduta su una panchina sul lungomare di Bel Air con il libro ancora tra le mani e sorrisi in quantità e “no si figuri, nessun disturbo”.
A Bel Air quando vai nei boschi ti salutano tutti, è tutto un “buongiorno” “buon giro” “buona giornata signora”, ehi ehi signora a chi?
È dunque evidente come la mia fedeltà alla Bel Air di Romagna sia apprezzata dai suoi indigeni tanto da convincermi, e non ci vuole poi tanto, che forse il mio futuro di sindaco è lì, proprio lì, tra il mare e quei luoghi dell’anima che se non ci siete mai stati voi proprio non li potete immaginare.
Bel Air è casa, ed è casa anche quella smorfiosa ventenne che al mio ritorno nella city mi dice che sono bella, e grazie adorata smorfiosa è bello tornare e fingere di non essere contenta di averti tra i piedi solo perché i nostri ruoli geografici ce lo impongono.

Disfo la valigia e so che non devo essere triste. Quando non ci si capisce è perché il più delle volte non si è parlato abbastanza.

Il Marecchia - Verucchio

Il Marecchia – Verucchio

 “In verità non si vedevano molto. Ma quando capitava era un completarsi. Uno depositava nel cavo dell’altra un po’ d’amore, come una farfalla che si poggia nella conca della mano”.

Come sasso nella corrente – M. Corona

Posted on Lug 20, 2014 in Torno perché avete bisogno di me | 0 comments