Io forse ho un super potere perché mi capita spesso di sentire che qualcosa sta per succedere e quella cosa poi succede. Non prevedo le cose nello specifico, ma in linea parecchio generale e quando le percezioni diventano reali e i fatti mi cosano riesco a dire solo che si, lo sapevo già.
Uno dei miei amati dice che in realtà non ho alcun potere di previsione, semplicemente ho ben chiaro nella testa quel limite di sopportazione che mi porta a superare pigrizia e tristezza e a reagire verso il migliore dei mondi possibili.
Ma io non sono d’accordo perché riesco a prevedere anche l’arrivo delle tempeste.
Per esempio quando 13 mesi fa sapevo che quella tournè in giro per l’Europa non avrebbe superato la prima tappa, che il Portogallo l’avrei visto quel tanto che basta per sognarlo ancora e che tutto ciò che sarebbe venuto dopo avrebbe avuto il suono di un urlo straziante e ad oggi non ancora del tutto risolto. Ammesso che la cosa sia possibile.
O per esempio quando esattamente 26 mesi fa avevo capito che quella era la sua ultima carezza e che la telefonata di Stefano era tutt’altro che vera, che era necessario stringere la mano di mamma ancora più forte per prepararla alla perdita che di lì a poco le sorelle ci avrebbero annunciato.
E spesso mi sono chiesta se le mie previsioni sono state solo un modo per dire basta e la necessità che anche al dolore si può mettere la parola fine. Il fatto poi che in un paio di occasioni dire fine era dire morte, rende questa capacità di previsione ciò che in questi mesi mi ha svegliata di notte con la tachicardia, l’ansia e l’incapacità di farcela il giorno dopo, e il giorno dopo ancora.

A fine marzo ho avuto una nuova illuminazione. La tachicardia, l’ansia e l’incapacità sarebbero passate con l’arrivo di aprile, la primavera mi avrebbe rinvigorita al punto da poter ricevere solo bellezza e nuovi entusiasmi, e mai previsione è stata più azzeccata.
E’ arrivata la vita, quella nuova e che non vedi l’ora di conoscere per rendere giustizia e riconoscenza a quel miracolo bellissimo che nonostante tutto riesce ad essere la vita stessa. Non c’è più solo la certezza della morte, ma la certezza che è solo la fine e che prima c’è la vita e la sua capacità di tornare a sentirci umani.
Ci sono stati gli abbracci, quelli sotto il piumone, quelli cacio e pepe, quelli romagnoli, quelli bolognesi, quelli a forma di polpette di zucchine, quelli al thè sulla veranda, quelli al kaminwurtz, quelli bagnati, quelli veri che si raccontano, quelli alla birra e quelli alla maria.
Ci sono stati i lavoretti, quelli ben pagati e che ti permettono di andare a dormire con la certezza il giorno dopo di poter meritare l’affitto che paghi.
C’è stato il risparmio e la volontà di investire solo in ciò che si ritiene davvero importante.
Ci sono stati i ritorni, e più volte, utili a ricordare il valore immenso del tempo e la bellezza dell’attesa, e che non c’è vita peggiore del treno che non si è voluto prendere. E allora brava Antonellina, che tra l’autunno e l’inverno hai lavorato inconsapevole per l’arrivo della primavera e che a Natale ti sei costruita l’oroscopo speciale dell’anno che verrà. Non avevo calcolato i tempi né il carico di meraviglia che da quei treni è arrivato, ma credo di aver arato bene tutti i giorni, forse non sempre con diligenza, ma comunque con scrupolo sempre, per meritare la realizzazione della mia previsione di bellezza.

Un paio di giorni fa mi hanno dato una notizia che aspettavo da nove mesi e in cui ormai non speravo più. Fino a che non ne avrò certezza lascerò lo spumante in fresco, sono meridionale e anche un po’ scaramantica ma la bottiglia è lì pronta ed è bellissima e ha tutto il sapore della speranza a cui per mesi mi sono aggrappata.

Ho ricominciato a sognare e nel sogno vedo ancora tagliatelle, vino, braccia immense che ti tengono, treni che arrivano anche se poi ripartono, Piazza Maggiore alle 7 del mattino, ubriachi e carezze, racconti di una vita difficile da custodire, quella capacità di bussare alla tua porta e dire “ciao, mi chiamo meraviglia, mi apri?”.

Forse non si tratta di previsioni, forse è bastato solo fermarsi un attimo per riconciliarsi con il dolore, renderlo reale, piangere e ricominciare.
Si, qualcosa è cambiato.

Alla fine di un anno tribolato festeggiò come mai aveva festeggiato l’arrivo di altri dodici mesi pieni di casini e fioche speranze. Si sbronzò per ventisette giorni, quasi tutto gennaio, che non è poco. Dopodiché mise la testa in quadro e riprese a lavorare. Lavorò in ginocchio attorno a tronchi di legno e chino sopra fogli bianchi che riempiva con grafia minuta e fitta per intere notti, senza pace. Beveva e lavorava, lavorava e beveva finché non cantarono i cuculi. Era venuto il tempo di cambiare, sapeva che si deve partire a primavera per iniziare qualcosa di importante. Voleva prepararsi un posto buono lassù, in quella radura solitaria dove cervi e camosci, uccelli e vento, neve e pioggia sarebbero passati a salutarlo. E non avrebbero chiesto il conto, fatto domande, rotto le palle.

Come sasso nella corrente – M. Corona

Posted on Giu 12, 2014 in Torno perché avete bisogno di me | 4 comments