C’era una volta in cui ti avrei chiamato per dirti ciò che ieri mi è successo, sicura che mi avresti strigliata con le tue convinzioni vegetariane, complottiste e neoborboniche.
C’era una volta in cui noi giocavamo alle bambine cecene sotto i bombardamenti. Tra i nostri due letti nella stanza enorme e rosa piazzavamo degli ombrelli per proteggerci dal freddo e dalle bombe, stendevamo delle coperte e ci mettevamo lì, con i nostri giochi, in attesa che passasse. Il gioco prevedeva che ad un certo punto una delle due doveva andare a cercare del cibo che per noi equivaleva ad andare in cucina per prendere dalla dispensa un pacco di taralli, una merendina o un succo di frutta. Non ricordo esattamente il modo in cui si decideva a chi delle due sarebbe toccato, ma mi ricordo che il più delle volte ci pensavi tu. Perché, checché ne dicano, io per voi sono sempre stata la più piccola.
C’era una volta in cui abbiamo litigato e anzi no, ci sono state molte volte in cui abbiamo litigato. Per un gioco, per un vestito o perché non sempre ci siamo capite e se non ci siamo capite è perché non sempre ci siamo parlate. E poi bastava poco per chiedersi scusa, io piangevo convinta che quel litigio fosse la dimostrazione evidente del fatto che non mi volevi bene, poi mi chiedevi scusa e poi ti chiedevo scusa io. Ed era una gara a rincorrersi, con tutti quei “tu però” e tutti quei “si però anch’io”. E per tutti quei litigi c’era qualcuno che ci descriveva come iene e, poverina, forse un po’ iene lo eravamo davvero.
C’era una volta in cui la mattina delle mia laurea mi hai truccata e mi hai detto che da quel giorno avrei dovuto farlo sempre, perché bisogna volersi bene e quella matita agli occhi e la pelle più bella sarebbero stati il modo con cui cominciare a farlo. E ad oggi, tutte le volte che sono lì davanti allo specchio della mia camera della mia casetta di marzapane, ripenso a quel giorno e non c’è volta in cui, nel tentativo di volermi bene, io non pensi a te.
C’era una volta in cui mi hai regalato dei vestiti sicura che di mio non avrei mai comprato niente di nuovo. E sono state tante le volte in cui mi hai detto che non c’è niente di male nel volersi vedere “carine” e io lo so che tu hai ragione, ma sai anche quanto io odi andare per negozi, e allora facciamo che tu scegli per me e io so che sceglierai bene (e, per esempio, che per caso hai voglia di fare un salto quassù per far si che tu mi veda carina di nuovo?).
C’era una volta in cui all’ennesimo svenimento e all’ennesima corsa in pronto soccorso tu sei salita su un aereo per prenderti cura di me, in barba all’ansia e alla paura che la city ti aveva lasciato. Mi hai riempito la dispensa di potassio, hai rimproverato i miei quotidiani bicchieri di troppo e te ne sei andata dicendomi che nonostante tutto eri orgogliosa di me.
C’era una volta in cui hai capito le persone prima di me. Hai una specie di radar tu per le persone, e tutte le volte in cui mi hai detto “quella persona non mi piace”, ci hai preso quasi sempre.
C’era una volta in cui mi hai chiesto aiuto e io avrei dovuto chiederti scusa per non aver capito, per non aver voluto capire ciò che stavamo perdendo e che poi abbiamo perso.
C’era una volta in cui ti avrei voluta abbracciare ma non l’ho fatto e molte altre volte in cui avrei voluto dirti quanto sei bella, forte e quanto vorrei almeno la metà di quel coraggio che ti è servito ad affrontare questi 30 anni di solitudine e crescita e paura.
C’era una volta in cui avrei scelto il medico in base al tariffario. Oggi saresti molto orgogliosa di me nel sapere che la scelta questa volta ha assunto nuovi contorni che sono sicura condividerai.
C’è che io ora vorrei raccontarti tante di quelle cose che forse e per la prima volta, potrei parlare parlare parlare per ore e tu lo sai che fatica è per me parlare anche solo per due minuti filati. E dopo aver parlato parlato parlato vorrei che tu dessi un volto a tutte quelle persone che in questi mesi si sono prese cura di me. Non mi hanno lasciata sola un attimo e credo, finalmente, di aver scelto bene e credo anche che condividerai le mie scelte, tralasciando per qualche istante le tue fisime da neoborbonica complottista.

Oggi sono 20 anni dalla morte di Troisi e se non fosse stato per te io probabilmente a tanta bellezza non ci sarei mai arrivata.

Camminiamo. Ti dico: “non ti sono mai piaciute le passeggiate”

“In questi anni sono cambiato. E il movimento mi fa bene” Mi rispondi.
Mi ricordo che una volta eri assonnato. Particolarmente. E mi hai spiegato che ti eri alzato presto perché tuo fratello era partito; doveva essere in aeroporto alle sei e tu l’avevi accompagnato. Conoscendoti mi sono stupita, ti ho detto: “hai accompagnato tuo fratello all’aeroporto alle sei del mattino?”
“No, che all’aeroporto! L’ho accompagnato alla porta! Ma sempre mi sono svegliato presto però!”

Da domani mi alzo tardi – A. Pavignano

Posted on Giu 4, 2014 in Giuro sulla testa dei miei figli | 0 comments