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l’uomo che si gioca il cielo a dadi

Sto facendo scorta di baci e carezze di uomini e donne della tua età.
Portano i loro nipoti nel centro commerciale, giocano e si divertono e sorridono. Mi presentano come la signorina che fa le domande, gli dicono “dì ciao alla signorina” e il loro ciao è stringermi il dito, mi sorridono e mi tirano i capelli.
Io gioco e sorrido e non sento più la fatica nella schiena e nelle gambe. Ecchissenefrega se da cinque diventeranno dieci o venti minuti, chissenefrega se strapperanno un foglio, chissenefrega se vedendoli andar via mi faranno ciao con la mano piccola e io rimarrò lì sola con la voglia di poter continuare a guardarli.

Ieri una signora di Minerbio mi ha detto che sono speciale, che l’amore di chi ci lascia è la sola eredità che conta. Poi mi ha chiesto se poteva darmi un bacio e me ne ha dati tre, stringendomi la testa tra le mani. E in quelle mani ho sentito tutta l’umanità che mi è stata negata.
La signora di Minerbio non conosce la nostra storia e non c’è stato bisogno che gliela raccontassi per fare tutto ciò di cui avevo bisogno. Due mani e un cuore grande, gli occhi di una bellezza disarmante e i baci di chi non vorrebbe saperti solo e triste e incapace di scegliere tra il fosso e la rimonta.

Tutti mi chiedono se sono parente di quell’altra Pascale, io gli dico “assolutamente no” e subito dopo avergli sorriso, sento l’immenso valore di quell’eredità che in quel cognome ci hai lasciato.
Saresti stato un nonno bellissimo, il più bello di tutti.

Posted on Mag 18, 2014 in Canto meglio di Apicella | 0 comments

la grazia delle cose

Ero in attesa che qualcuno dalla vigilanza mi aprisse e nell’attesa ho lasciato cadere la borsa di Barbara. Imprecando tutti i santi dal 1 gennaio al 31 dicembre mi sono chinata a raccoglierla. E i santi solo lo sanno quanto quel crac di ginocchia e colonna vertebrale mi abbia fatto male.
Un tizio esce dal bagno, lo guardo, lo conosco. Da qualche parte ho ancora il suo numero di telefono. Storia di 10 anni fa che lui manco si ricorda ma io come faccio, e chi se lo scorda. Lui.
Eravamo in via delle Belle Arti, io Lisa e Agnese. Mi presentano questo tizio che è lì seduto con un libro tra le mani. Nero che più nero non si può. Scopro che è alla sua terza laurea e io piccina che avevo appena iniziato la prima. Capisco subito che il tizio che mi sta di fronte è uno di quelli con una vita da capriole sull’asfalto e poi nel vuoto, uno dei pochi o tanti che a Bologna puoi incontrare se hai la pazienza e la voglia di fermarti per stare ad ascoltare le vite degli altri.

Esce dal bagno, mi scopre incazzosa e ingrata a dio e a tutti i santi. E poi mi dice.

“Scusa se ti ho guardata mentre ti piegavi per raccogliere la borsa. E scusami perché guardandoti, non ho pensato che in quel momento sarebbe stato più giusto aiutarti e ora so di aver sbagliato. Perdonami”.

Perdio, ah no ops, non ce l’ho anche con dio, si fa per dire è chiaro. No ma stai tranquillo, non è successo niente.
Beati i neri, loro mica lo sanno cosa vuol dire arrossire.
Dopo poco è venuto al mio banchetto da customer in tailleur, ha partecipato all’indagine qualitativa del secolo, mi ha detto che è al suo enne post doc, mi ha detto grazie e mi ha salutata con garbo.
Si chiama Felix e viene dall’Uganda e ti basta una settimana a Bologna per sapere chi è lui, proprio lui, quello che incontri per strada e cammina leggendo.
E quando se n’è andato via ho sorriso, che lui non lo sa ma io lo so quanto in quella gentilezza io ho sempre creduto.

“La gentilezza si esercita con lo sguardo, col tono della voce, ed è uno stato dell’anima che si instaura tra due animali innamorati oppure tra due esseri umani che hanno la naturale predisposizione verso la grazia delle cose. Grazia. Una caratteristica che uomini non necessariamente colti, ma dotati, sì, di intelligenza esercitano senza sforzo”.
M. Desiati

E visto che le scorte di gentilezza cominciano a scarseggiare e visto che da troppo tempo ho i piedi fermi in questa mia Bologna, rifaccio le valigie e corro via.
Ho Biella che m’aspetta e Pennabilli che si si si, a giugno non so come e nemmeno con chi, io devo esserci.

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Posted on Mag 14, 2014 in Scendo in campo | 5 comments

la vòusa dla mi pòra ma

La Romagna per me è la fuga.
Se c’è qualcosa che non va io corro giù in Romagna per trovare ristoro e comprensione e bellezza. Poi torno, perché torno sempre, e so che nel momento esatto in cui metto piede a Bologna sono pronta ad affrontare la frustrazione della speranza che tra mille altre cose mi lega a questa città.
La Romagna è la fuga, è l’abbraccio di chi quei luoghi abita, è Torriana Santarcangelo Pennabilli Sogliano e Castelnuovo. E chissà quanto di questa Romagna devo ancora vedere. É il dialetto, la figa, la patacca, la piadeina, lo squaquerone e l’erbetta del frate. E poi c’è la Cagnina e il Sangiovese, e poi c’è il ponte di Tiberio e poi c’è la Miranda, e poi c’è la vita la storia e quel sottobosco che ai più si nasconde tra le frasche di quel Marecchia.
Io corro giù in Romagna come il vento, ritrovo l’abbraccio nelle sue mani sporche di vernice bianca. Lui lavora il legno, gioca con le pietre, ci scrive bei pensieri e costruisce la sua casa di meraviglie.
“Non si può avere in casa nulla che non si creda bello”.
Lui costruisce la sua casa di cose belle che riescono a restituirgli la bellezza che la lettura quotidiana dei giornali si ferma tra la gola e lo stomaco.

Due anni fa io ho avuto la tua ultima carezza quando tra tubi e flebo mi hai chiesto “e ClaudioPinto quanti voti ha preso”. Un solo momento di lucidità prima di andar via, per chiedermi i risultati elettorali e se la Festa d’Aprile fosse stata come tu per i tuoi 80 anni hai sognato.
Perché il bolero quest’anno non è stato all’altezza di quell’anno là quando l’Italia era in un gran casino ma chissenefrega se hai quella bellissima Madonna a cui rivolgere i tuoi pensieri.
Papà, e da quanto non lo dicevo, i tuoi ultimi pensieri sono stati per le elezioni, per il mio amico che avresti votato perché bravo, bello, buono e chissà cos’altro, e per la Madonna della Vetrana. É stata la tua ultima carezza.
E tu lo sai che in tutto quell’aldilà io non ci credevo, ma sai anche quanto rispetto e amore io riesco a sentire per quella Madonna in cui tu hai sempre sperato.
Io quella Madonna ce l’ho sempre lì nel cassetto a ricordarmi che la fede non è solo per ciò che al di là del cielo vogliono farci credere reale. La nostra Madonna è fatta di fatiche e dolori e perché no, anche di rimpianti. Per quello che ci è stato dato e per tutto ciò che ci è stato tolto.
Gino mi voleva bene, tu volevi bene a Gino, io ti voglio bene e lui ti pensa ancora quando mi incontra. Nelle sue tasche aveva l’immagine di Lenin e nell’altra la Madonna della Vetrana. Che se non c’era uno, e vabbè, c’è sempre l’altro.
Voi a Castellana eravate così, destra o sinistra non vi importava, tanto dall’altra parte c’era sempre Lei.

Oggi ci sono io con la certezza di non saperti orgoglioso di me.
Papà mi hanno chiamato per un lavoro di una settimana e nell’attesa di sapere il come e il quando ho cominciato a sfogliare un libro bellissimo. Si chiama “La casa dei mandorli” e parla di questo signore poeta e sceneggiatore e bellissima persona che ha legato gli ultimi anni della sua vita alla terra, agli alberi, alle stagioni, alla natura, ai tramonti e alle albe, e le farfalle e le pietre che parlano e ai fiori che ascoltano.

Eravamo in campagna, tu raccoglievi le mandorle, le posavi nel vialone e noi ci buttavamo a capofitto come se fosse il mare. Mamma ci faceva le foto e io sento ancora quell’odore della nuova stagione che ci avrebbe portato a nuovi colori e a nuovi vestiti.

Quando oggi nell’attesa sfogliavo quel libro e catturata da tutte le sue parole, mi sono accorta di avere le mani sporche di vernice bianca. La vernice bianca che il mio Paolo usa per colorare i suoi tronchi e farci delle meraviglie che riescono a rendere la sua casa un mio rifugio.
Mamma lo aveva capito che era speciale e quel giorno disse “vogliatevi bene e siate felici”.
Tu lo sapevi quanto lei era speciale ed è per questo che l’hai fatta sposa e l’hai curata fino a quando sei stato capace.

Ora ho ancora le mani sporche di quella vernice bianca e sento quel libro molto più di ciò che poi di fatto mi racconta.
Io guardo le mie mani ancora sporche e mi ricordo di te, di quando tornavi a casa e la prima cosa che facevi prima di accarezzarci era lavarti le mani.

Oggi pensavo a quanto mi sarebbe piaciuto portare giù Paolo e sentirti raccontare di alberi, stagioni e a quanto la tua vita fosse condizionata dagli umori del sole, del vento, della pioggia, della neve e la cura di tutte quelle presenze della natura che ora, dopo due anni, riscopro nelle mie mani.

Papà Nicola, che bel nome ti hanno dato.

“In mezzo a questi muri che mi riparano dai temporali e dal freddo mi consola il fatto di farmi pietà. Questa tenerezza verso noi stessi è l’unica cosa che ci porta a una grande commozione”

Tonino Guerra

La casa dei mandorli

Posted on Mag 10, 2014 in Giuro sulla testa dei miei figli | 6 comments

venghino signori venghino

Anni fa, in uno dei tanti periodi tra lo studio e il “emmò che faccio” ho occupato il mio tempo di pausa facendo la promoter di kiwi, banane, pere e docciaschiuma nei centri commerciali.
Non so nemmeno come ci sono arrivata ma so che mi pagavano mesi e mesi dopo e alla fine mi andava bene così. E quando mi chiedevano cosa stessi facendo in attesa di, mi divertiva dire “vendo banane”. Il gioco era fin troppo facile, io ti dico che vendo banane tu rispondi con un ah ah ah. Facile e scontato, si va avanti per mesi così e “come passa il tempo quando ci si diverte”.
Quando fai la promoter in un attimo e senza nemmeno accorgertene diventi amica delle altre promoter. Ci si riconosce al volo, tutte in tailleur rigorosamente nero e con i polpacci che sputano fumo, vaghiamo per il centro commerciale con i nostri trolley di gadget da regalare in cambio di un tot di prodotti e le occhiate tra noi sono tra il sorriso e “ma tu che gadget regali?”.
A fine giornata ci si trovava tutte alla fermata dell’autobus per scambiarci i gadget avanzati. “Tu mi dai quelle ciabattine da mare io ti do la mia pirofila di vetro”, “ah si figa, bellissima, dammi mo’”. Le mie colleghe erano tutte tra i 40 e i 60 e, tesorone, erano stanche e tristi e invidiavano il mio tornare a casa per occuparmi solo di me stessa e non di figli, mariti, nipoti e nella peggiore delle ipotesi suocere che a sentir loro erano tutte delle gran rompicoglioni. Le ascoltavo anche se non ne avevo voglia che, porco cane, le caviglie gonfie ce le ho anch’io, ma so anche che a voi resteranno gonfie fino a che non vi coricherete e probabilmente i vostri mariti non avranno alcuna voglia di star lì a massaggiarle e allora vi ascolto, perché so che in quel tragitto di autobus voi vi sentirete libere di raccontare di voi e delle vostre vite e lo so, lo so, io di sicuro non posso farci niente ma che bello potervi regalare quella mezz’ora di libertà.

– Signora, che ne dice di prendere questi bei kiwi ecuadoriani?
– Ma signorina ma perché dovrei prendere i kiwi di quelle parti là quando c’ho mio genero che me li porta dal Veneto?
– Perché signora mia, i kiwi importati sono più controllati di quelli veneti. Ma lo sa che in Veneto usano un sacco di pesticidi?
– Cosa c’entra? Io sono per la roba italiana, io…
– Signora, e la salute? Come la mettiamo con la salute?
– Cosa c’entra la salute adesso?
– C’entra eccome. Io le propongo un prodotto controllato da fior fior di scienziati. Poi faccia come vuole…
– …ma sono buoni?
– Ah signora mia, vedesse quanto sono succosi.

 Finiva sempre così, riempivano le loro sporte di kiwi ecuadoriani a buon prezzo, mi facevano una carezza per aver dedicato loro 10 minuti di chiacchiere e poi si ricominciava con la prossima vittima.
Ero brava, ero subdola, dicevo una marea di stronzate per portare a casa 40 euro. E ad oggi la stronza dell’agenzia per cui lavoravo ogni tanto mi chiama ancora e questo fa di me una che sa come prendere per il culo la gente. E no, non è una bella cosa.

Negli ultimi due anni ho sviluppato un’insofferenza cronica per i centri commerciali. È proprio un’allergia, di quelle brutte, di quelle che sgrat sgrat sgrat portatemi via di qua.
Il mio ex-issimo fidanzato invece aveva una passione smisurata per certi non luoghi, guardava tutto, avrebbe comprato tutto, sembrava che tutto gli servisse e di tutto avesse bisogno. Era insomma uno che rientra nella categoria “figli del capitalismo: il necessario non esiste”.
Io invece, da sempre poco avvezza a certe pratiche da “signora mia”, ho sempre preferito i mercati per i generi alimentari e cioè la sola cosa di cui avevo necessità. Se mangi, caghi, ti copri e dormi non hai bisogno di molto altro e io ai centri commerciali ci sono andata ma unicamente per funzionalità, per questa roba qui su cui ho occhi e mani in questo momento.
E, dramma dei drammi, i multisala. E lì son stata brava, ho resistito al punto che in un anno e mezzo mi son lasciata convincere una sola volta ma credo in realtà fosse solo per sfinimento mentale e perché il biglietto COSTOSISSIMO del multisala mi è stato gentilmente offerto se no col cazzo che ci vengo.
Dove sono finite quelle belle salette in cui si respira ancora l’odore del legno e della pellicola che ogni tanto si inceppa e crea il panico là dietro le quinte? Datemi il Nosadella, datemi il Rialto, datemi il Milleluci, non scassatemi la minchia con quell’odore di popcorn e coca cola.
E va bene lo so, c’è un motivo, e più d’uno, per cui si chiama ex-issimo. Ma tant’è.

La prossima settimana tornerò nei centri commerciali. No no, niente frutta né prodotti per l’igiene. A ‘sto giro sarò quella che vi farà perdere dieci preziosissimi minuti della vostra vita per compilare dei questionari che dicano ai piani alti quanto è figo il vostro centro commerciale di fiducia.
Io sarò quella vestita da femmina in tailleur nero e camicia bianca che sorridendo, vi chiederà di dedicarle solo dieci minuti della vostra vita.

Datemi retta, se potete scappate, ditemi che non potete perché a casa c’è qualcuno che aspetta solo di vedervi e abbracciarvi e quei dieci minuti preziosissimi sono per lei o per lui. Mi chiederete scusa per il diniego e io sarò comunque felice per voi e per chi aspetta soltanto qualcuno che abbia cura delle loro gambe.

A casa non troverò nessuno pronto a massaggiarmi le gambe, ma so che tra un “com’è andata” e un “ho portato la birra” e un “sei proprio una mandarona” mi sentirò coccolata ed amata come se al mondo fossi l’unica capace di moltiplicare pani e pesci.
Sempre perché alla fine, io sono e resto comunque Sailor Moon.

Posted on Mag 8, 2014 in Torno perché avete bisogno di me | 2 comments

martedìfilm

L’appuntamento del martedì sera al cinema sta diventando una di quelle cose che fanno stare proprio bene. E checché ne dicano della mia scarsa empatia al femminile, io questo appuntamento con una nave carica di estrogeni non lo sdegno per niente. Anzi, mi diverte e rende migliori le giornate.
Il fatto poi che al termine del film ci si ritrovi nel bar dietro casa per bere una birra rende la cosa assai gradevole.
Il fatto poi di raccontare dei propri fratelli e delle proprie sorelle rende quell’ora al bar talmente intima che quando torni a casa pensi a quanto l’essere nata donna non sia poi così male.
E quanto l’essere nata sorella sia ciò che ti tiene intero e vivo e capace di trovare le soluzioni migliori per reagire.
C’è qualcosa di molto bello in tutto questo. Davvero molto bello.

Taglia e cuci

Posted on Mag 7, 2014 in La patonza deve girare | 0 comments