La Romagna per me è la fuga.
Se c’è qualcosa che non va io corro giù in Romagna per trovare ristoro e comprensione e bellezza. Poi torno, perché torno sempre, e so che nel momento esatto in cui metto piede a Bologna sono pronta ad affrontare la frustrazione della speranza che tra mille altre cose mi lega a questa città.
La Romagna è la fuga, è l’abbraccio di chi quei luoghi abita, è Torriana Santarcangelo Pennabilli Sogliano e Castelnuovo. E chissà quanto di questa Romagna devo ancora vedere. É il dialetto, la figa, la patacca, la piadeina, lo squaquerone e l’erbetta del frate. E poi c’è la Cagnina e il Sangiovese, e poi c’è il ponte di Tiberio e poi c’è la Miranda, e poi c’è la vita la storia e quel sottobosco che ai più si nasconde tra le frasche di quel Marecchia.
Io corro giù in Romagna come il vento, ritrovo l’abbraccio nelle sue mani sporche di vernice bianca. Lui lavora il legno, gioca con le pietre, ci scrive bei pensieri e costruisce la sua casa di meraviglie.
“Non si può avere in casa nulla che non si creda bello”.
Lui costruisce la sua casa di cose belle che riescono a restituirgli la bellezza che la lettura quotidiana dei giornali si ferma tra la gola e lo stomaco.

Due anni fa io ho avuto la tua ultima carezza quando tra tubi e flebo mi hai chiesto “e ClaudioPinto quanti voti ha preso”. Un solo momento di lucidità prima di andar via, per chiedermi i risultati elettorali e se la Festa d’Aprile fosse stata come tu per i tuoi 80 anni hai sognato.
Perché il bolero quest’anno non è stato all’altezza di quell’anno là quando l’Italia era in un gran casino ma chissenefrega se hai quella bellissima Madonna a cui rivolgere i tuoi pensieri.
Papà, e da quanto non lo dicevo, i tuoi ultimi pensieri sono stati per le elezioni, per il mio amico che avresti votato perché bravo, bello, buono e chissà cos’altro, e per la Madonna della Vetrana. É stata la tua ultima carezza.
E tu lo sai che in tutto quell’aldilà io non ci credevo, ma sai anche quanto rispetto e amore io riesco a sentire per quella Madonna in cui tu hai sempre sperato.
Io quella Madonna ce l’ho sempre lì nel cassetto a ricordarmi che la fede non è solo per ciò che al di là del cielo vogliono farci credere reale. La nostra Madonna è fatta di fatiche e dolori e perché no, anche di rimpianti. Per quello che ci è stato dato e per tutto ciò che ci è stato tolto.
Gino mi voleva bene, tu volevi bene a Gino, io ti voglio bene e lui ti pensa ancora quando mi incontra. Nelle sue tasche aveva l’immagine di Lenin e nell’altra la Madonna della Vetrana. Che se non c’era uno, e vabbè, c’è sempre l’altro.
Voi a Castellana eravate così, destra o sinistra non vi importava, tanto dall’altra parte c’era sempre Lei.

Oggi ci sono io con la certezza di non saperti orgoglioso di me.
Papà mi hanno chiamato per un lavoro di una settimana e nell’attesa di sapere il come e il quando ho cominciato a sfogliare un libro bellissimo. Si chiama “La casa dei mandorli” e parla di questo signore poeta e sceneggiatore e bellissima persona che ha legato gli ultimi anni della sua vita alla terra, agli alberi, alle stagioni, alla natura, ai tramonti e alle albe, e le farfalle e le pietre che parlano e ai fiori che ascoltano.

Eravamo in campagna, tu raccoglievi le mandorle, le posavi nel vialone e noi ci buttavamo a capofitto come se fosse il mare. Mamma ci faceva le foto e io sento ancora quell’odore della nuova stagione che ci avrebbe portato a nuovi colori e a nuovi vestiti.

Quando oggi nell’attesa sfogliavo quel libro e catturata da tutte le sue parole, mi sono accorta di avere le mani sporche di vernice bianca. La vernice bianca che il mio Paolo usa per colorare i suoi tronchi e farci delle meraviglie che riescono a rendere la sua casa un mio rifugio.
Mamma lo aveva capito che era speciale e quel giorno disse “vogliatevi bene e siate felici”.
Tu lo sapevi quanto lei era speciale ed è per questo che l’hai fatta sposa e l’hai curata fino a quando sei stato capace.

Ora ho ancora le mani sporche di quella vernice bianca e sento quel libro molto più di ciò che poi di fatto mi racconta.
Io guardo le mie mani ancora sporche e mi ricordo di te, di quando tornavi a casa e la prima cosa che facevi prima di accarezzarci era lavarti le mani.

Oggi pensavo a quanto mi sarebbe piaciuto portare giù Paolo e sentirti raccontare di alberi, stagioni e a quanto la tua vita fosse condizionata dagli umori del sole, del vento, della pioggia, della neve e la cura di tutte quelle presenze della natura che ora, dopo due anni, riscopro nelle mie mani.

Papà Nicola, che bel nome ti hanno dato.

“In mezzo a questi muri che mi riparano dai temporali e dal freddo mi consola il fatto di farmi pietà. Questa tenerezza verso noi stessi è l’unica cosa che ci porta a una grande commozione”

Tonino Guerra

La casa dei mandorli

Posted on Mag 10, 2014 in Giuro sulla testa dei miei figli | 6 comments