Anni fa, in uno dei tanti periodi tra lo studio e il “emmò che faccio” ho occupato il mio tempo di pausa facendo la promoter di kiwi, banane, pere e docciaschiuma nei centri commerciali.
Non so nemmeno come ci sono arrivata ma so che mi pagavano mesi e mesi dopo e alla fine mi andava bene così. E quando mi chiedevano cosa stessi facendo in attesa di, mi divertiva dire “vendo banane”. Il gioco era fin troppo facile, io ti dico che vendo banane tu rispondi con un ah ah ah. Facile e scontato, si va avanti per mesi così e “come passa il tempo quando ci si diverte”.
Quando fai la promoter in un attimo e senza nemmeno accorgertene diventi amica delle altre promoter. Ci si riconosce al volo, tutte in tailleur rigorosamente nero e con i polpacci che sputano fumo, vaghiamo per il centro commerciale con i nostri trolley di gadget da regalare in cambio di un tot di prodotti e le occhiate tra noi sono tra il sorriso e “ma tu che gadget regali?”.
A fine giornata ci si trovava tutte alla fermata dell’autobus per scambiarci i gadget avanzati. “Tu mi dai quelle ciabattine da mare io ti do la mia pirofila di vetro”, “ah si figa, bellissima, dammi mo’”. Le mie colleghe erano tutte tra i 40 e i 60 e, tesorone, erano stanche e tristi e invidiavano il mio tornare a casa per occuparmi solo di me stessa e non di figli, mariti, nipoti e nella peggiore delle ipotesi suocere che a sentir loro erano tutte delle gran rompicoglioni. Le ascoltavo anche se non ne avevo voglia che, porco cane, le caviglie gonfie ce le ho anch’io, ma so anche che a voi resteranno gonfie fino a che non vi coricherete e probabilmente i vostri mariti non avranno alcuna voglia di star lì a massaggiarle e allora vi ascolto, perché so che in quel tragitto di autobus voi vi sentirete libere di raccontare di voi e delle vostre vite e lo so, lo so, io di sicuro non posso farci niente ma che bello potervi regalare quella mezz’ora di libertà.

– Signora, che ne dice di prendere questi bei kiwi ecuadoriani?
– Ma signorina ma perché dovrei prendere i kiwi di quelle parti là quando c’ho mio genero che me li porta dal Veneto?
– Perché signora mia, i kiwi importati sono più controllati di quelli veneti. Ma lo sa che in Veneto usano un sacco di pesticidi?
– Cosa c’entra? Io sono per la roba italiana, io…
– Signora, e la salute? Come la mettiamo con la salute?
– Cosa c’entra la salute adesso?
– C’entra eccome. Io le propongo un prodotto controllato da fior fior di scienziati. Poi faccia come vuole…
– …ma sono buoni?
– Ah signora mia, vedesse quanto sono succosi.

 Finiva sempre così, riempivano le loro sporte di kiwi ecuadoriani a buon prezzo, mi facevano una carezza per aver dedicato loro 10 minuti di chiacchiere e poi si ricominciava con la prossima vittima.
Ero brava, ero subdola, dicevo una marea di stronzate per portare a casa 40 euro. E ad oggi la stronza dell’agenzia per cui lavoravo ogni tanto mi chiama ancora e questo fa di me una che sa come prendere per il culo la gente. E no, non è una bella cosa.

Negli ultimi due anni ho sviluppato un’insofferenza cronica per i centri commerciali. È proprio un’allergia, di quelle brutte, di quelle che sgrat sgrat sgrat portatemi via di qua.
Il mio ex-issimo fidanzato invece aveva una passione smisurata per certi non luoghi, guardava tutto, avrebbe comprato tutto, sembrava che tutto gli servisse e di tutto avesse bisogno. Era insomma uno che rientra nella categoria “figli del capitalismo: il necessario non esiste”.
Io invece, da sempre poco avvezza a certe pratiche da “signora mia”, ho sempre preferito i mercati per i generi alimentari e cioè la sola cosa di cui avevo necessità. Se mangi, caghi, ti copri e dormi non hai bisogno di molto altro e io ai centri commerciali ci sono andata ma unicamente per funzionalità, per questa roba qui su cui ho occhi e mani in questo momento.
E, dramma dei drammi, i multisala. E lì son stata brava, ho resistito al punto che in un anno e mezzo mi son lasciata convincere una sola volta ma credo in realtà fosse solo per sfinimento mentale e perché il biglietto COSTOSISSIMO del multisala mi è stato gentilmente offerto se no col cazzo che ci vengo.
Dove sono finite quelle belle salette in cui si respira ancora l’odore del legno e della pellicola che ogni tanto si inceppa e crea il panico là dietro le quinte? Datemi il Nosadella, datemi il Rialto, datemi il Milleluci, non scassatemi la minchia con quell’odore di popcorn e coca cola.
E va bene lo so, c’è un motivo, e più d’uno, per cui si chiama ex-issimo. Ma tant’è.

La prossima settimana tornerò nei centri commerciali. No no, niente frutta né prodotti per l’igiene. A ‘sto giro sarò quella che vi farà perdere dieci preziosissimi minuti della vostra vita per compilare dei questionari che dicano ai piani alti quanto è figo il vostro centro commerciale di fiducia.
Io sarò quella vestita da femmina in tailleur nero e camicia bianca che sorridendo, vi chiederà di dedicarle solo dieci minuti della vostra vita.

Datemi retta, se potete scappate, ditemi che non potete perché a casa c’è qualcuno che aspetta solo di vedervi e abbracciarvi e quei dieci minuti preziosissimi sono per lei o per lui. Mi chiederete scusa per il diniego e io sarò comunque felice per voi e per chi aspetta soltanto qualcuno che abbia cura delle loro gambe.

A casa non troverò nessuno pronto a massaggiarmi le gambe, ma so che tra un “com’è andata” e un “ho portato la birra” e un “sei proprio una mandarona” mi sentirò coccolata ed amata come se al mondo fossi l’unica capace di moltiplicare pani e pesci.
Sempre perché alla fine, io sono e resto comunque Sailor Moon.

Posted on Mag 8, 2014 in Torno perché avete bisogno di me | 2 comments