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e il sangiovese che ispira a cantare e a ballar

Avevo le valigie pronte per correre giù da te, poi tu mi hai detto “no, vengo io e ci godiamo la city”.
Avevo approntato tutto, il nostro letto, i tuoi asciugamani, lo spazzolino nuovo, le birre in frigo e le braccia spalancate al tuo “ciao cuore mio!” e l’abbraccio che a farla breve sono almeno trecento secondi. E mentre eri lì pronto con le valigie il dovere t’ha richiamato.
E che belli che siamo, tu mi chiami per dirmi che non puoi più venire nell’esatto momento in cui io ho scelto di ascoltare quel “Com’è profondo il mare” che quando te l’ho detto poi tu mi hai detto che siamo comunque vicini anche se lontani. Epperò non puoi più superare il Rubicone ma è solo questione di giorni, la lontananza per noi non è come il vento.
E allora io che faccio? Ripiego su quel libro che a letto insieme mi avresti letto e lo sai quanto mi piace quando mi leggi le storie.
Corro nella nostra libreria e si, è lui, sono proprio le pagine con cui mi sarei addormentata. Lo prendo, si lo prendo, così che leggendolo io riesca a sentire comunque la tua voce e al di là di quanto bello bellissimo possa essere il libro, quando tu mi leggi le cose io riesco a sentire davvero “la vòusa dla mi pòra ma”.
I tuoi abbracci corrono veloci lungo tutta la via Emilia ed è tutta la consolazione che riusciamo a darci.
Poi sono andata a quel concerto di quel gruppetto lì, che a noi ci piace ancora chiamarli complessi, che con il plaid gentilmente offerto ci siamo goduti. Ci siamo innamorati di quel bel ragazzone che ci cantava della tua Romagna in lingua russa, ci siamo stretti a noi e guai a sentirsi soli se sai che a pochi centimetri hai buona parte della bellezza di cui hai bisogno.
La prova del nove non c’è stata, è solo rimandata. E quindi va bene così perché vuol dire che dovrò aggiungere un mattone alla biografia che di me conservi, per tutto quel vivere che mi costa caro e a come i costi riescono comunque ad essere di gran lunga inferiori alla fatica che ho fatto per metterli insieme. Eppure quella fatica è per noi la più bella ambizione.

“Da la figa l’è avnù fura ènca la figa, 
oscia la figa!”

Posted on Mag 31, 2014 in Canto meglio di Apicella | 0 comments

medaglia d’oro per l’altolà

Tempo fa qualcuno mi ha chiesto se ora, per come vivo e per ciò che faccio, voi sareste orgogliosi di me. Non ho risposto e ad oggi, nonostante ci abbia pensato molto, continuo a non sapere cosa dire.

Sono sempre stata molto ligia al lavoro, mi dai una cosa da fare e io la faccio e quando non sai come fare mi invento qualcosa per fare in modo che quella cosa diventi realizzabile. Non mi dai niente da fare? E vabbè, qualcosa mi inventerò. Mi paghi, ti accontento e cerco di darti più di ciò che mi chiedi. Mi piace la fatica, mi libera dalla paura di ciò che mi capita di pensare, quando realizzo qualcosa stappo sempre una birra e il più delle volte più d’una. E mi diverto moltissimo. Festeggio, brindo anche da sola, torno a casa con la certezza di aver partecipato.
Il fatto che ultimamente non capiti poi così spesso rende le giornate lunghe, ma così lunghe che ormai il tempo perso tende a superare il tempo utile per non pensare.

Oggi ho fatto una cappella.
La cappella? Si, la cappella e no, non lo so tradurre se non con “uno di quei danni che faranno bestemmiare chi ti ha offerto un lavoro e ti smadonnerà in turco e sei pure parecchio cretina perché quell’errore si poteva evitare”. Ecco appunto, una cappella. Quella cosa lì che di sicuro darà dispiacere e farà perdere del tempo ai tanti che a quest’ora della sera dovrebbero essere già tra le braccia dei loro figli. E invece no, sono lì a cercare con te la soluzione e tu sei lì che vorresti servirgliela su un piatto d’argento, vorresti saper chiedere scusa eppure non riesci perché non c’è tempo per le scuse, è il momento di risolvere. E come la risolvi, come si risolve quel ritardo con il solo appuntamento della giornata veramente importante e ha valore e se non lo sai tu chi cazzo lo sa?

Che poi, oltre il danno la beffa.
Ho sbagliato in ciò che da piccola ti ho sempre visto fare. Mi ricordo, perché me lo ricordo come se ce l’avessi davanti, quando in cucina ordinavi le carte, i documenti, avevi scotch, post-it, raccoglitori, cartelline. Tutto perfetto, tutto ordinato meticolosamente, non ti sfuggiva nulla, un estratto, una cartella, uno scontrino. Tu amministravi la casa, papà, noi e lo facevi benissimo. Eri perfetta in quel ruolo, non c’era modo di sbagliare ed eri la gioia del nostro commercialista che con te aveva già tutto pronto per il risultato.
E quell’unica volta in cui hai sbagliato l’abbiamo pagata a caro prezzo. No vabbè, che c’entrano i soldi, sono i tempi che sono stati sbagliati e se ora ci ritroviamo perse e incapaci è forse perché allora avremmo dovuto piangere una volta in più. Ma no, non c’era tempo e va bene, si pensa ad altro.
Hai sbagliato una sola volta e solo per stanchezza, perché ad un certo punto anche i super eroi mollano la presa e si lasciano andare e lo Stato ha aspettato giusto qualche giorno da che te ne sei andata per ricordarci quel tuo unico e solo momento di stanchezza.
Avevi ragione quando dicevi che bisogna tenere gli occhi aperti con quella gente addestrata a speculare sulle vite degli altri, avevi ragione a passare quei pomeriggi tra carte e cartoleria per fare in modo che tutto diventasse più chiaro a te e agli altri.
Se avessi avuto il tuo talento, se fossi stata brava come te a mettere insieme le cose con chiarezza, oggi una madre sarebbe tornata prima da suo figlio anziché rimanere in ufficio a risolvere la mia cappella da inetta e distratta e che stupida che sono stata.
Non è solo quel tempo perso che proprio non accetto, ma il fatto di aver sbagliato in una di quelle cose che da sempre ci hai trasmesso. L’ordine aiuta, rende le cose più chiare e il mondo non è poi quel gran casino che vogliono farci credere. Che beffa davvero, ho sbagliato nell’esatto momento in cui ho pensato che se tutto fosse stato in ordine e perfetto e evidenziato con il rosso, il giallo e il verde, avrei realizzato il miracolo per cui mi stavano pagando.
E beffa delle beffe, la capa e il capo dei capi che sminuiscono la mia cappella e mi dicono che va comunque tutto bene, ma loro non lo sanno che quell’errore è l’eredità che non ho avuto.

E ora, se ripenso a quella domanda, penso che no non saresti orgogliosa di me, e del tuo modo di fare così attento e mai sgarbato io non ho imparato proprio niente.
Vedo il ritaglio che si fa sempre più stretto, al punto che vedo spazio per due soli piedi. Oh ma’, quanto non mi piace questa cosa.

Posted on Mag 27, 2014 in Si contenga! | 2 comments

raccontare dei successi e dei fischi non parlarne (forse) mai

Siete di una bellezza che mi fa commuovere.
Vi ascolto, discutiamo, non siamo quasi mai d’accordo ma riconosco in voi la bellezza del chi ti ama nonostante l’enorme diversità.
Mi piace ascoltare le vite degli altri, mi piace sentirvi raccontare e mi piace vedere che siete capaci di raccontarmi dei vostri insuccessi. Che sono i miei e di chissà chi altri.
Ascolto ciò che mi dite e se non al primo, al massimo secondo incontro mi raccontate i vostri drammi personali. Ho la capacità di catalizzare le vostre noie quotidiane, le custodisco, me ne prendo cura, non c’è niente di stupido in ciò che dite, siete belli perché vivi e capaci di emozioni fortissime.
Sorridete quando non avete voglia di farlo, piangete quanto non avreste mai pensato di poterlo fare con una conosciuta un paio d’ore prima. Mi raccontate le vostre vite difficili e anche se a parità di condizioni fino ad ora la mia ha vinto su tutte in termini di dispiaceri recenti e non risolti, continuo a vivere le vostre vite come se fossero mie e talmente mie che dei miei dispiaceri mi dimentico fino a sera.
Che voi non lo sapete ma i racconti dei vostri drammi quotidiani sono materia d’uso per tutte quelle volte in cui io non so proprio cosa fare.
Perché il più delle volte io non so davvero cosa fare. Eppure i vostri drammi, le vostre paure, le vostre incertezze fanno di voi degli esseri umani e così umani, ma talmente umani che siete bellissimi e proprio perché umani avete bisogno di amore.
Che meraviglia è la vita e quanto quel vostro raccontare mi fa star bene.
Vi ascolto e non rispondo quasi mai. Vi lascio raccontare e cosa volete che vi dica? Io soluzioni non ne ho e non pretendo di averne. Non ho perle né prospettive sul futuro, non ho algoritmi né incasellamenti per risolvere i vostri insoluti. Sono piccola e incapace di dire la parola giusta nel momento giusto. Farfuglio qualcosa, mi vesto dei vostri panni e mi sforzo di trovare il modo di. Ad avercelo il modo di, mannaggia.

Eppure laggiù c’è qualcuno a cui sento di dovere delle scuse, dei racconti e dei “ora ti spiego cosa mi è successo”. Ma come faccio a raccontarti di tutte le volte in cui ho saltato i fossi per la lunga e nell’esatto momento in cui ho provato il volo sono rimasta ferma e sospesa e dall’altra parte non ci sono mai arrivata? Che io ti penso tutti i giorni e in tutti i salti, ma visto che tu di salti ne fai di più grandi e più pericolosi tutti i giorni, io mi fermo sempre un attimo prima, quanto ti scrivo e poi cancello e poi rimando al giorno dopo e lo sai quanto sono brava nell’arte del rimando. Rimando i tuoi rimproveri e quel modo tuo e soltanto tuo di dirmi che sto sbagliando e ad ogni tuo rimprovero io fingo di darti torto, di smentire ciò che dici per tornare il giorno dopo a dirti che “si hai ragione ma comunque ho sempre ragione io anche quando ho torto”. Che stronzo che sei, cuore mio.
Però ti penso. Tutti i santi giorni.

Posted on Mag 25, 2014 in Giuro sulla testa dei miei figli | 5 comments

conculinaggio

– Anto, hai gli stessi gusti musicali di mio padre

– tuo padre ha buon gusto

– mio padre ha 70 anni.

E mentre la city raduna le truppe dell’intellighenzia locale per tentare di dare una spiegazione ai drammi cittadini, altrove c’è chi ancora ci chiede come sia possibile che due fiori di ragazze come noi non abbiano ancora una casa con giardino, un lavoro, molto ammmore e un pil a cui poter partecipare.
La soluzione a tutti questi incredibili dubbi si può far risalire all’esatto momento in cui Albano e Romina si sono lasciati, quando ancora 14enni abbiamo smesso di credere nella Felicità del Ci sarà.
Sti stronzi.

Posted on Mag 22, 2014 in Canto meglio di Apicella | 0 comments

ricomincio da me

La mia è una vita meravigliosa.
La febbre e i muchi che arrivano fino alle unghie dei piedi non mi escludono dalla bellezza di un “ehi ciao come va, che bello rivederti”.
La tachipirina diventa una storia scritta sui muri di fronte casa e sembra scritta lì apposta per te.
Poi c’è Saragozza, il Meloncello, i muchi ma chissenefrega se alla fine del cammino hai la lucidità giusta per capire ciò che quel posto ti ha dato. E anche basta, che di bellezza ne hai avuta per 10 anni e ora c’è il mondo che ti aspetta e lo sai. Perché lo sai che in qualsiasi posto tu finisca sai che per dieci anni tu sei Bologna e “dimmi cosa vuoi e ti dirò dove andare”.
Ennò non è vero, io non sono Bologna ma da dieci anni ne respiro il profumo e ne assaporo il tedio e l’amore che questa città riesce a dare.
Si dice “sai di essere tornato a casa quando dalla tangenziale vedi lassù la Basilica di San Luca”.
Beato chi non c’è mai stato perché è ancora capace di cercare e sa che il mondo reale non inizia e non finisce con San Luca.
Sono 666 portici che collegano via Saragozza a San Luca. Ci siamo fermati un attimo prima quando il sole stava calando e c’era una piazza che aspettava te, soltanto te, per sapere che sei la persona giusta nel momento giusto. E quel momento giusto non è solo la piazza o un comizio o un cugino, ma il regalo bellissimo per qualcuno la cui quotidiana routine è scandita dal “boh bih bah chi lo sa”.
E anche se nel frattempo qualcuno con meschinità ha assunto la parte del salvatore di tre giovani figlie abbandonate ricalcando quella zona proibita del ricordo che con pudore cercano di difendere, chissenefrega se poi dall’altra parte abbiamo avuto la fortuna di incontrare qualcuno che riesce a rendere più lieve quel ricordo anche se solo per 48 ore.
Si chiama Londra, si chiama fatica, si chiama comizio e chi ci ha scelto come persone utili a rendere quella Londra, quella fatica, quel comizio come luoghi di cui poter un giorno raccontare.
Io ho una vita meravigliosa quando mi ritrovo in casa due personcine capaci di trascinarmi tra salumi, formaggi e vino per raccontarci di tutto ciò che non va.
E tra un bicchiere e l’altro, non voler tornare a casa perché lì c’è qualcuno che ti racconta di montagne e arrampicate e tutto ciò che ha visto tu nemmeno lo puoi immaginare. Ma fidati, ragazzo mio, tutto ciò che ho visto io nemmeno tu lo potrai mai immaginare. O comunque non te lo auguro.
E poi, come nella migliore delle situazioni, spunta il grillino di turno che come in una litania, ti dice che i tuoi discorsi sono più infornati che informati. E allora parliamone se vuoi, prima però lasciami emozionare con qualcuno capace di raccontarmi di montagne e scalate e paura e coraggio che io, piccola come sono, ho ancora bisogno di sapere prima che di convincerti. E allora facciamo che quel discorso sulla rivoluzione proletaria lo riprenderemo quando riuscirò a baciarmi i gomiti nell’esatto momento in cui sarò arrivata in cima alla mia montagna, che per quell’altro è roccia ma per me è ricordo e paura. E le cose, maledetta vita, a volte combaciano.
Che vita meravigliosa è la mia. Non c’è nemmeno bisogno di mettere il becco fuori casa per ritrovare qualcuno che con insistenza mi telefona e subito dopo mi citofona solo per sapere e raccontare e chiedermi se ho ancora la tachipirina e lo sciroppo e le coperte pesanti.
Che vita meravigliosa è la mia quando mi permette di lavarmi, vestirmi e prepararmi a degli incontri meravigliosi.

Non ti ho preso la verdura stasera, ma grazie per quei dieci minuti in cui ti racconterò del mondo bellissimo che mi è capitato.

Posted on Mag 21, 2014 in Giuro sulla testa dei miei figli | 0 comments