San Vitale è un microcosmo meraviglioso.
Qui si sta che è una bellezza se non hai problemi ad addormentarti e io, che una volta mi sono addormentata sulla cassa di una discoteca, ovviamente non ne ho. Ed è chiaro che, prima di avventurarsi in una via del genere, occorre frequentare un buon corso di multiculturalismo e tolleranza umana, che se non hai passato almeno multiculturalismo 1 non resisti un mese in questo bel posto.
La fauna di San Vitale si compone di uomini e donne meravigliosi, di quelli che ti convinci esistono solo nei film e invece no, tu li hai lì quotidianamente sotto casa da quasi 8 anni. E ne abbiamo di tutti i gusti e tutti i colori, come se il degrado urbano bolognese avesse trovato in questa via del centro storico mille e mille motivi in più per esistere.
Per i pochi che non conoscono la geografia del centro storico di Bologna, vi sia utile sapere che Bologna è una stella le cui punte partono dalle due torri di Piazza Ravegnana fino a perdersi tra la via Emilia Levante e la via Emilia Ponente. San Vitale corre veloce verso est ed è luuuunga, perdio se è lunga.
Sono gli 800 metri di strada più lunghi della città che la sera, quando sbronzo e felice e magari ti scappa anche un po’ di pipì e sei arrivato alle torri e credi di essere praticamente a casa, ti rendi subito conto che hai di fronte a te due possibilità: correre oppure fermarti nel più infimo bar rosso della via e pregare che non ci siano le solite squagnette che occupano i bagni per rifarsi il trucco.
Che voi non lo sapete, e visto che non lo sapete ve lo dico io, ma San Vitale ospita e ha ospitato, alcuni dei più illustri personaggi cittadini e, mi si consenta, anche di una certa importanza a livello nazionale. Vecchi bacucchi che qui continuano a vivere, e altri vecchi bacucchi che invece hanno preferito levare le tende per andare in giro a fare inutili dichiarazioni da 80enni sulle perversioni sessuali umane.
E fra tutti, ah si proprio fra tutti, il mio preferito rimane lui…l’attore, il regista, il maestro, il direttore, il marito di, il Nettuno d’oro e chissà cos’altro. Io so solo che da circa 8 anni lo incontro con la frequenza di una volta a settimana e nel suo fuggi fuggi cittadino, finisce sempre per urtarmi la spalla. E non c’è verso di fargli notare lo sgarbo, lui corre, lui va e non ti ascolta nemmeno. E con gli anni quella spallata mi è diventata quasi familiare al punto che quando lo vedo corrermi incontro, mi sporgo un pelino più in là con la certezza della mia spallata settimanale. Il fatto poi che gran parte delle persone che amo siano stati suoi allievi, condisce l’appuntamento settimanale di quella specie di confidenza da paese in cui tutto si perdona e a tutto si sorride.
E poi ci sono loro, le mie adorate vittime del disagio urbano e sociale. Per lo più di origine meridionale, dopo aver trascorso lunghe serate nel centro cittadino, si riversano nella parte bassa di San Vitale, si annidano sotto i portici o si adagiano sui gradini della chiesa (sempre che non siano già occupati dal mitico Alberto, storico barbone che tra una birra e l’altra finisce sempre al Sant’Orsola). E, anche tra questi, ci sono dei personaggi di una meraviglia assoluta.
Il mio preferito, da anni ormai, è un mio quasi compaesano. Indossa quelle terribili casacche che avrà certamente comprato da Macedonia a Bari negli anni ’90, storico negozio per i freak con la voglia di dare un tocco di colore ai loro tessuti di lino grezzo sgualcito. E quindi pantaloni a strisce iper colorate, giacconi arricchiti di pezzi di stoffa quadrata dai colori più improbabili e basco, ovviamente colorato, con la sacca interna per nascondere il fumo.
Ah è bellissimo il mio eroe. Ed è bellissimo quando con l’arrivo del primo caldo si piazza lì sui gradini della chiesa e mi intona, con tutto il pathos che ha in corpo, tutta e dico tutta la discografia dei Nomadi. Che una sera, incredula delle ore che passavano e del canto che non smetteva mai, si son fatte le 4 di mattina e nessuno che dalla finestra gli avesse urlato almeno un “shhhhhh”. Niente, tutti muti e tutti lì pronti a battergli le mani. O, i più, a far finta di niente.
E quando poi l’ho incontrato al bar del paese con il suo solito look freak anni novanta ma senza Nomadi, ho avuto l’impressione di avere davanti più un cretino che il compagno di nottate alla finestra.
E poi ci sono le coppie. Bellini loro, escono la sera, bevono qualche bicchiere più del dovuto, lui fa lo scemo con quell’altra e lei giustamente si incazza, lei fa l’oca impazzita con quell’altro e lui giustamente si incazza, e litigano urlano si spintonano fino a che poi non rientrano in casa e lui dopo aver spaccato un bicchiere e dopo essersi strappato la camicia, le chiederà scusa e lei che è scema, accetterà le scuse per tornare poi la settimana seguente a litigare sotto i portici di via San Vitale.
E io sempre lì alla finestra con la mia birretta e il mio pacco di patatine unte a godermi lo sconcerto d’amore del week end.
Perché poi San Vitale è così, non ti arrabbi mai. Anche se la mattina dopo devi svegliarti presto e non hai cazzi di stare a sentire i loro vagiti quotidiani, te ne fai una ragione e vivi la strada come se fosse uno spettacolo gratuito a cui vuoi partecipare, con quel senso di fortuna per aver scelto fra tutte proprio via San Vitale.

Posted on Apr 25, 2014 in Canto meglio di Apicella | 0 comments