Caro R.,

che beffa che è la vita. Uno si sveglia una mattina, ti pensa e decide di scriverti. Poi però non lo fa e dopo due settimane dicono che te ne sei andato.
“Venite a vedermi a teatro a Firenze?”. Sei stato l’ennesimo treno perso nella mia vita di treni persi.
Bellino che eri al cinema vestito da prete, anche se tu preferivi il ruolo di contadinello di provincia.
Brutto scherzo ci hai fatto sai? Mi sarei acconciata da ghepardo della murgia come quella volta che decisi di tornar riccia e mi hai detto “sai che sei proprio carina”. Ti avrei cercato dietro le quinte e ti avrei portato il mazzo di fiori più bello per la più bella delle dive, e so che mi avresti stretta a te come quella sera in cui sei ripartito. Ed eri triste, si vedeva, quando mi hai lasciato le chiavi dell’appartamento.
Comunque volevo dirti che il muro di cartongesso che ci divideva ha resistito a quella forma d’amore di cui parlavamo nelle nottate in cui tornavi con la boccia di vino e due pacchetti di sigarette. Poi è finita e spero accetterai le mie scuse nel dirti ora a distanza di due anni che si, avevi ragione. Che bisogna chiedere e smettere di aspettare, e che l’amore resiste solo se ci si assume la responsabilità della richiesta, con la consapevolezza del rifiuto e dell’accettazione.
Tu quel rifiuto lo avevi accettato e alla canna del gas, nonostante le continue minacce, non ti ci sei mai attaccato. Anche perché, e me ne prendo il merito, bastava una boccia di vino per convincerti ad uscire dalla stanza per raccontarci tutte quelle zozzerie che, a metterle insieme, avremmo potuto scriverci la sceneggiatura del più bel film porno.
Non sei più tornato per riprendere il piumone e so che non ti scoccerà sapere che ormai io e P. abbiamo l’affidamento congiunto.
“Quanto stavamo bene con R.” abbiamo continuato a ripeterci. In pochi giorni avevi già ben chiaro nella testa il nostro futuro di laureande: P. avrebbe vinto il concorso di dottorato e il mondo l’avrebbe acclamata e io sarei rimasta in via San Vitale negli incastri della paura di domandare.
E ora mi diresti “corri a prendere quel treno”, in barba a tutte le paure e i dinieghi. Ma sai cosa mi manca forse? Il coraggio, anche nell’ammettere di aver sbagliato, che non potevo sapere e non volevo sapere.
E rimanevo lì incantata ad ascoltare i tuoi racconti sulle città che avevi vissuto, e di Torino e la bellezza che di lì a poco avrei vissuto anch’io.
Ci piaceva il mare e quando sei tornato a Carrara ti ho chiesto di farmelo vedere. Lo hai fatto.
Siamo stati davvero tanto bene.

Ciao!

"stai troppo tempo con gli occhi sul pc per la tesi. riposali. fatti un giro al parco e guarda le verdi chiome degli alberi. aiuta."

“stai troppo tempo con gli occhi sul pc per la tesi. riposali. fatti un giro al parco e guarda le verdi chiome degli alberi. aiuta.”

Posted on Apr 9, 2014 in Torno perché avete bisogno di me | 0 comments