Piccina era il nome con cui mi chiamava mamma.
Anzi, tocca dirla bene per non sbavarne il ricordo.
L’appellativo giusto era “a pccenna mè” ed era la cosa con il suono più dolce del mondo, seconda solo ad una sua carezza.
E ora mi ritrovo a dirlo alla mia Giulia, che ha giusto qualche anno in meno di me ma con le spalle e la testa forti e decise e cariche di tutta la forza di quelle montagne da cui viene.
E’ una montagna la mia Giulia, di quelle che senti vive e ti aggrovigliano gli intestini. E’ grande ormai e stupida io ad essermi persa tutto quel tempo in cui avrei potuto goderne.
La bacio e la accarezzo e mi ritrovo a pensare a lei come alla mia piccina, e nel dirglielo sento il suono della voce di mia madre e penso a quanto sia ingiusto non sentirglielo dire ancora una volta.
Poi guardo Giulia e so che di quell’amore qualcosa m’è rimasto. Le faccio un’altra carezza e la lascio dormire. E’ stanca la mia piccina, devo lasciarla riposare. Domani andiamo ai giardini, abbiamo un cedro bellissimo sotto cui fermarci e sentirci meno sole.

Posted on Mar 20, 2014 in Canto meglio di Apicella | 4 comments