Alla fine capì. Era lui che era miope. L’oculista gli ordinò un paio d’occhiali. Da quel momento la sua vita cambiò, divenne cento volte più ricca d’interesse di prima.
Già l’inforcare gli occhiali era ogni volta un’emozione. Si trovava mettiamo a una fermata del tram, e lo prendeva la tristezza che tutto, persone e oggetti intorno, fosse così generico, banale, logoro d’essere com’era, e lui lì ad annaspare in mezzo a un molle mondo di forme e di colori quasi sfatti. Si metteva gli occhiali per leggere il numero d’un tram che arrivava, e allora tutto cambiava; le cose più qualsiasi, anche un palo della corrente, si disegnavano con tanti minuti particolari, con linee così nitide, e le facce, le facce sconosciute, si riempivano ognuna di segnetti, puntini della barba, brufolini, sfumature dell’espressione che prima non si sospettavano; e i vestiti si capiva di che stoffa erano fatti, s’indovinava il tessuto, si spiava il logoro degli orli. Guardare diventava un divertimento, uno spettacolo; non il guardare una cosa o l’altra: guardare.
[…] Amilcare Carruga non dava molta importanza a se stesso, però come talvolta succede proprio alle persone più modeste, era oltremodo affezionato alla sua maniera d’essere. Ora, il passaggio dalla categoria degli uomini senza occhiali a quella degli uomini con gli occhiali, sembra niente, ma è un salto molto grosso. Si pensi che quando uno che non ti conosce cerca di definirti, la prima cosa che dice è “uno con gli occhiali”; così quel particolare accessorio, che quindici giorni fa t’era completamente estraneo, diventa il primo tuo attributo, s’identifica con la tua essenza stessa. Ad Amilcare, scioccamente se vogliamo, diventare così di punto in bianco “uno con gli occhiali” un po’ seccava. Ma non è tanto questo: è che basta che cominci ad insituartisi il dubbio che tutto ciò che ti riguarda è puramente accidentale, passibile di trasformazione, e che potresti essere completamente diverso e non importerebbe nulla, ed ecco che per questa via si arriva a pensare che se ci fossi o non ci fossi sarebbe tutto lo stesso, e di qui il passo che porta alla disperazione è breve.

L’avventura di un miope – Italo Calvino

Nel 2011 non ho portato gli occhiali per un anno e l’anno seguente l’oculista mi disse che avevo recuperato quasi un grado. Quindi bene così, disse, porta gli occhiali solo quando strettamente necessario.
Dopo un anno di saluti mancati e di treni persi, decisi che non avrei accettato il consiglio e cominciai a portarli sempre perché era arrivato il momento di vederci chiaro su mille e mille faccende. Come se quello sguardo fino ad allora fuori fuoco, fosse il diretto responsabile di una vita quasi mai in salita. E il risultato fu tutt’altro che soddisfacente. Era come se al posto degli occhiali ci fossero due grossi obiettivi grandangolari che rendono enorme e sproporzionato ciò che è ad un passo. L’esaltazione è tale a quel punto che di tutto il resto non hai la benché minima idea di come sia fatto.
Ecco, è andata proprio così. E allora ho smesso di portare gli occhiali.
Scelgo dunque di non guardare, ma di vedere. Di avvicinarmi alle persone per strada per avere la certezza che siano loro, che siano esattamente loro quello che cerco e ciò che mi restituirà la bellezza persa. Perché è di questo che si parla ormai, la grande bellezza.
Il titolo ha funzionato e tutti, improvvisati o sapienti critici, hanno cominciato a chiedersi il punto esatto in cui nelle due ore di film si potesse cogliere “la grande bellezza”. La musica, Servillo, la datata Grandi, la non meno datata Ferilli, il sempreverde Verdone, Roma, la fotografia, e poi no, io tutta ‘sta grande bellezza in ‘sto film proprio non ce la vedo. E va bene tutto, tutto è legittimo perché tutti devono poter scegliere dov’è il bello e dove il bello proprio non c’è.
Che poi alcuni dei tanti farebbero meglio a star zitti, bhè questo è proprio un altro discorso.
Ma a me in fondo non frega niente né di Sorrentino, né degli Oscar. Il dato positivo, che ai più sfugge per quella insana voglia di dividere il mondo in io vs tutto il resto del mondo, è che per qualche tempo qualcuno ha cominciato a cercare la grande bellezza.
Mi piace pensare che ad un certo punto tutti si siano fermati per un attimo a chiedersi dove si fosse nascosta fino ad ora la bellezza.
Ed è chiaro che prima di arrivare a chiedersi la differenza tra le cose giuste e le cose sbagliate, ci vorranno altri mille e mille anni, moltissimi altri film, moltissimi altri premi, moltissime altre canzoni e probabilmente moltissimi grandi dolori e grandi grandissime gioie.
Per adesso divento spettatrice godereccia dei discorsi da bar convinta, prima o poi, che “la bellezza (mi)ci salverà”.
Io, una volta, l’ho trovata qui.

Posted on Mar 5, 2014 in L'Italia è il paese che amo | 3 comments