Menu di navigazione

Era de maggio, canzone #2

A maggio 2012 ho perso mio padre.

A maggio 2013 mia madre è entrata in quel buco nero che ad agosto me l’ha portata via. Nel frattempo il fidanzato dell’epoca cominciava a guardarsi attorno che la faccenda s’era fatta troppo complicata. Per lui, è chiaro.

A maggio 2014 non avevo un lavoro e i soldi erano finiti. Non c’erano più lacrime. C’era una persona però, tocca dirlo, che era pronto a raccoglierle tutte. Io no.

A maggio 2015 uno mi disse che ero fatta male, che con me era sempre troppo difficile. Eh però, dagli torto. Certo che lì per lì.
Dopo tre giorni un altro tornò a Bologna per spiegarmi perché nel 2014 aveva deciso di sparire: tu soffri troppo, io non posso farci niente. “Grazie, prego, scusi, tornerò”. E infatti è tornato. Eh però, dagli torto. Certo che lì per lì.
Praticamente la Caporetto dei miei disastri sentimentali.

A maggio 2016 un’ambulanza mi ha portata al Sant’Orsola per il primo di una lunga serie di attacchi di panico. Comincia la scalata della montagna, in realtà non ne siamo ancora usciti.

A maggio 2017 ho smesso di vivere in due e ho cominciato a vivere da sola. Biglietto di sola andata per lui, una casa zeppa di roba sua per me.

A maggio 2018, al ritorno da un viaggio che non doveva finire, ho traversato l’East River a nuoto, sono cascata da un pioppo su un mare di piumini bianchi e ho battuto la testa così forte che anche il cuore alla fine s’è spezzato.

Negli anni un universo enorme di persone enormi che sono venute a salvarmi.

A maggio 2019, però, mi aspetto almeno un’invasione di blatte o cavallette che vi stermini tutti, nessuno escluso.

Posted on Mag 6, 2018 in Giuro sulla testa dei miei figli | 0 comments

the great tunes of George Gershwin

To him, no matter what the season was, this was still a town that existed in black and white and pulsated to the great tunes of George Gershwin.

Meno tre. Meno tre. Meno tre. Meno tre. Meno tre. Meno tre. Meno tre. Meno tre. Meno tre. Meno tre. Meno tre. Meno tre. Meno tre. Meno tre. Meno tre. Meno tre. Meno tre. Meno tre. Meno tre. Meno tre. Meno tre. Meno tre. Meno tre. New York City. Meno tre. Meno tre. Meno tre. Meno tre. Meno tre. Meno tre. Meno tre. Meno tre. Meno tre. Meno tre. Meno tre. Meno tre. Meno tre. Meno tre. Meno tre. Meno tre. Meno tre. Meno tre. Meno tre. Meno tre. Meno tre. Meno tre. Meno tre. Meno tre. Meno tre. Aiuto. Meno tre. Meno tre. Meno tre. Meno tre. Meno tre. Meno tre. Meno tre. Meno tre. Meno tre. Meno tre. Meno tre. Meno tre. Meno tre. Meno tre. Meno tre. Meno tre. Meno tre. Meno tre. Meno tre. Meno tre. Meno tre. Meno tre. Meno tre. Meno tre. Leggere tra le righe. Meno tre. Meno tre. Meno tre. Meno tre.Meno tre. Meno tre. Meno tre. Meno tre. Meno tre. Meno tre. Meno tre. Meno tre. Meno tre. Meno tre. Meno tre. Meno tre. Meno tre. Meno tre. Meno tre. Meno tre.

Posted on Apr 19, 2018 in Canto meglio di Apicella | 0 comments

Il tempo di volersi bene

Mi ricordo di mia madre e dei suoi ragazzi.
Stanotte l’ho sognata. Era in via del Pratello, mi diceva che stava aspettando i ragazzi per il pranzo domenicale dalla Baraldi ma che come al solito erano in ritardo. Io nel sogno sentivo la gelosia di quel rapporto amichevole, di quel pranzo a cui io non ero stata invitata e avevo scoperto per caso.
Oggi, dopo il sogno, pensavo a mia madre e a cosa sarebbe stato per lei il matrimonio di Antonio. Il vestito, il regalo, il suo voler esserci nel prima, durante e dopo. E sarà un caso, ma un caso poi non è, averla sognata la notte in cui Antonio mi ha mandato la foto del suo abito da sposo.
E poi Marco col vestito blu che il blu ti dona tantissimo, e Claudio che tu stai bene con tutto ma sei castellanese, di questo bisogna dargliene atto, ha gusto.
Saranno bellissimi i suoi ragazzi.
Non amo i matrimoni, che ad ogni matrimonio mi sento sempre un po’ sola e quanto è difficile spiegarlo a chi solo non è e quanto la possibilità di quel +1 sia più un bisogno che una speranza. Ma amo i discorsi dei mesi che li precedono, e ora, come l’anno scorso, sento addosso il peso di chi ci sarebbe stato e avrebbe regalato sorrisi e abbracci, perché i suoi ragazzi erano gioia e bella compagnia.

Posted on Apr 14, 2018 in Giuro sulla testa dei miei figli | 1 comment

Bologna, canzone triste

Io speravo, visto che sono un’ingenua, che dal 5 marzo anche le mie giornate sarebbero migliorate. Pensavo che le mie giornate avrebbero avuto contorni più nitidi, che non ci sarebbe stata più nebbia e che il sol dell’avvenire altro non era che l’arrivo della primavera marzolina e del blu dove dev’esser blu, e del rosso mattone Bologna delle case lì dove già sono le case. Invece il 5 marzo quando mi sono svegliata ho scoperto che non era cambiato niente, o che forse era cambiato tutto tranne il colore del cielo e del rosso mattone Bologna.
Allora il 5 marzo ho cominciato ad essere triste e oggi, che invece è 11 marzo, continuo ad essere triste. Ma non triste come vi sentite voi quando la mattina aprite il giornale e scoprite che Luigi Di Maio è così un bravo ragazzo. La tristezza, che è uno stato d’animo, vista così è anche bella. La mia tristezza, dal 5 marzo, invece non è mica bella. Allora lunedì 5 marzo sono andata dalla dottoressa per un fastidio che avevo e quella, anziché dirmi che non era niente di ché, mi ha prescritto medicine, diete e controlli. Allora quando sono uscita dallo studio medico e pioveva di quella pioggia nè da ombrello nè da capo scoperto, ho cominciato a camminare dalla periferia al centro e le facce della periferia, tra bulli poveri e stranieri, erano tristi almeno quanto la mia. Allora mi sono sentita come in quel romanzo russo che Caramazov mi ha regalato, in cui c’è un tizio che cammina per strada, cerca il Cremlino ma è così sbronzo che al Cremlino non ci arriva mai. E nel viaggio da Mosca a Petuškì incontra gli angeli che lo scherniscono e gli dicono delle cose. Ecco, i bulli i poveri e gli stranieri del quartiere San Donato di Bologna erano tipo gli angeli di Erofeev, solo che io non ero ubriaca ma solo triste. E con cento euro in meno per la mia traversata a New York. Allora dovevo correre verso il rassicurante centro, che anche lì pioveva, però ci sono i portici e la gente lì è più ricca e quindi meno triste. Con la pioggia avevo risolto, con la tristezza un po’ meno. Il mio farmacista di fiducia mi salverà dalla tristezza, ho pensato. Che voi forse non lo sapete ma in via San Vitale a Bologna c’è un farmacista che si chiama Federico Aicardi che non lo so come ha fatto a prendere la laurea in farmacia, perché quando lo conosci non ti sembra uno che ci sta tanto con la testa. Che forse è per questo che la gente ci va, così si sente meno malata. E pure io, che ho fatto un master in comodità, quando devo andare in farmacia col cavolo vado da altri. Piuttosto allungo, penso, crepi la pigrizia!
Poi c’è da dire che Federico è il farmacista-musicista più famoso di Bologna, perché lui era amico di Dalla, Guccini e con la Pivano ci ha scritto pure un pezzo. Ha sette profili su Facebook perché ha troppi amici, ma non come me e voi che di amici ne abbiamo forse cinque e su Facebook settecento. I suoi sono amici per davvero, perché se vai ad un suo concerto scopri che tutti gli vogliono bene e cosa sono gli amici se non quelli che ti vogliono bene. Mi chiedo spesso.
Allora sono entrata in farmacia ma delle medicine prescritte ne mancava una. “Non ti preoccupare Antonella, domani passo a trovarti a Palazzo Belloni – che poi è dove lavoro – e ti porto la medicina così ti curi”.
Il giorno dopo Federico a Palazzo Belloni ci è entrato davvero e ha detto che era il farmacista di Antonella e che doveva darmi una cosa. Io non lo so se a voi è mai capitato di avere un farmacista che con la pioggia e la nebbia viene a trovarvi a lavoro, ma non credo onestamente perché di una cosa sono certa ovvero che voi non siete come me, ovvero tristi come me. Non come nella settimana dal 5 all’11 marzo, almeno. Infatti la cosa vi ha stupiti e mi avete chiesto perché un farmacista, per di più famoso in città, faccia la Montagna che va da Maometto. E non il contrario, che sarebbe anche giusto. Poi, il fatto che insieme alla medicina mi abbia portato in regalo anche il suo miglior disco con le canzoni più famose e dopo la consegna mi abbia fatto una carezza e si sia congedato con un “ciao bella bimba”, voi questa cosa qui non la capirete mai. E tutto questo per dirvi quanto, nella settimana più triste dell’anno – forse ma non ci giurerei che le prossime non saranno mica uno scherzo – ho capito che al mondo ci sono due tipi di persone: quelle di fiducia e poi tutti gli altri. E che chi ti vuol bene, vedi Caramazov, non rientra nella prima cerchia corale. E alla luce di quanto appena detto, temo che anche la settimana dal 12 al 18 marzo sarà una bella impresa.

Posted on Mar 11, 2018 in Culona inchiavabile | 0 comments